Bernardo Bertolucci pasoliniano fino in fondo

Aveva detto, appena qualche settimana fa: «Il 2 novembre non sarò né a Milano, né a Roma, né a Padova, né a Barcellona, dove mi hanno invitato. Sarò a Londra, per cercare di non essere coinvolto in una sorta di rappresentazione. Non voglio ricordare, perché Pier Paolo è in me, sento ancora la sua voce». Sembrava convinto Bernardo Bertolucci: lui che di Pasolini fu amico e allievo, lui che venne iniziato al cinema sul set di Accattone, lui che sostenne la bara insieme ai fratelli Citti e Ninetto Davoli. Suonava come un apprezzabile gesto di pudore negarsi alle celebrazioni per il trentennale di quella «storia sbagliata», per dirla con De André.
Eccolo invece protagonista di una torrenziale rimembranza vergata per Micromega da Lidia Ravera. Un colloquio tutto puntini di sospensione, vibrante di emozione, trapunto di aneddoti cinefili, nel quale Bertolucci, alla sua solita maniera soave e accattivante, più che di PPP parla di sé. Niente di male. Al pari di Cerami, il regista parmigiano è sicuramente «pasoliniano doc», e non ha torto quando, nel definire Pasolini «artista fino in fondo», suggerisce: «Nessuno lo proteggeva e lui pure non sapeva proteggersi da se stesso». Ma poi, come un riflesso condizionato, rispunta la teoria del «delitto di Stato», e le rivelazioni (!) annunciate dall’assessore Borgna promettono poco di buono sulle modalità della triste ricorrenza. Allora un consiglio: care «vedove» del Poeta, e se invece dell’inesistente martirio ricominciassimo a discutere senza complessi dei suoi scritti e dei suoi film?