Bernheim: «In Generali servono due capi azienda»

Secondo il presidente del Leone di Trieste la complessità della compagnia giustifica la presenza di due ad

nostro inviato a Cernobbio

«Nessun cambio di governance alle Generali, due amministratori sono il minimo». Il presidente della compagnia triestina, Antoine Bernheim, non ha dubbi. Almeno fino alla prossima scadenza del 2010. Ai propositi espressi questa estate da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, sul futuro delle Generali (di cui Mediobanca è il primo azionista con il 15%) mancava ancora una risposta della società. Che è arrivata ieri, dal convegno Ambrosetti organizzato alla Villa d’Este di Cernobbio, per bocca dello stesso Bernheim, interpellato dai cronisti.
Geronzi, in un’intervista al Sole 24 Ore, aveva dichiarato che «due amministratori delegati sono troppi». Un riferimento alla governance della compagnia, che sotto al presidente vede allo stesso livello due «numeri uno»: Giovanni Perissinotto con la delega per le attività italiane e Sergio Balbinot per quelle estere. Un assetto criticato recentemente anche dai fondi di Algebris, piccoli azionisti del gruppo, ma molto attivi e critici nella partecipazione al dibattito societario. Ieri Bernheim ha messo però i suoi paletti. «Al momento no», ha detto a chi gli chiedeva conto della situazione. «Io non ho l’età per sapere se sarò ancora là, ma fino all’aprile del 2010 penso ci sia necessità di più ad», ha aggiunto. Il 2010 è il termine del mandato triennale per il vertice del Leone. «Abbiamo rapporti con talmente tanti dirigenti di tanti Paesi che ci vuole un ad che se ne occupi, e poi ce ne vuole uno anche per l’Italia. Due è il minimo per lavorare. Non so in quale contesto parlasse Geronzi, è il suo punto di vista e se ne può discutere, ma non penso che Generali possa avere un solo ad».
In realtà un calendario, in questo senso, non c’è. Ma l’opinione di Geronzi rappresenta qualcosa di più che una semplice idea. Mediobanca sta per tornare al sistema di governance tradizionale, abbandonando il doppio consiglio per ripartire dal cda. Con un presidente che lo stesso Bernheim ha definito «forte», che sarà lo stesso Geronzi. E Generali di Mediobanca è la prima e più importante partecipazione. Dunque è difficile pensare che di qui a due anni non succeda nulla, a Trieste. Per questo motivo l’uscita di ieri di Bernheim ha tutto il sapore dell’inizio della trattativa sugli assetti futuri della governance. Di certo Geronzi, che ha fortemente voluto il ritorno al sistema tradizionale per Mediobanca, ha in testa qualche cambiamento a Trieste, forse anche per segnare una maggiore distanza di Piazzetta Cuccia, e per rendere il colosso assicurativo più autonomo. Con quali nomi? La questione è al momento prematura. Ma da ieri sembra evidente che per Bernheim non se ne deve parlare prima del 2010. Mentre sul mercato c’è chi scommette che il segno della novità potrebbe concretizzarsi con un anno di anticipo, già nella prossima primavera.
Si vedrà. Dipenderà anche da cosa succederà a Geronzi dopo il ritorno al vertice del cda di Mediobanca: verrà nominato vicepresidente di Generali, al posto di Gabriele Galateri, come era prassi prima dell’introduzione del duale? «Lo spero, anche se non lo so», ha detto ancora Bernheim rimarcando così di non aver nulla contro Geronzi. E aprendo, chissà, un possibile scenario per una sua riconferma al vertice di Trieste, magari come figura garante di un eventuale cambio di governance. Anche perché, come ha avuto modo di affermare lo stesso Geronzi, «sarà Bernheim a scegliere il suo successore».