Bersani attacca Veltroni: "Militanti in fuga"

Mentre Walter invita all’unità, lo sfidante Ds cerca tessere a sinistra. Intanto Rutelli prepara la scissione: &quot;Moderati senza patria&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=329057">Anche il Piemonte scarica Cofferati</a></strong>: &quot;Capolista Ue? Pensi a fare il papà&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=329060">A Firenze decide la Ruota della Fortuna</a></strong>: astro nascente è Renzi

Roma - Veltroni a incontrare i dipendenti di un call center e poi ad aspettare i risultati sardi, D’Alema a discutere di sinistra con Bertinotti.

Casualità di un’agenda che però segnala i divergenti percorsi che, sempre meno sotto traccia, si stanno aprendo dentro il Pd, con un D’Alema che ha ufficialmente benedetto la scesa in campo molto anticipata di Pierluigi Bersani e che guarda a sinistra per ricostruire un’identità che a suo parere manca al partito veltroniano. Le urne sarde sono un tassello importante del risiko interno. «Se va bene, sarà una gran boccata di ossigeno. Se va male, rischia di iniziare la guerra nucleare», dicono i veltroniani.

Nessuno si sbilancia in previsioni, e l’estrema personalizzazione che Renato Soru ha impresso alla propria campagna (fino a rifiutare di chiuderla con Veltroni) non consentirebbe di mettere un cappello troppo esplicito su un’eventuale vittoria. Ma, ricorda il veltroniano Ermete Realacci, «Walter ha difeso con molta forza Soru, che ha avuto contro tutto il vecchio apparato soprattutto post Ds». La guerriglia interna al Pd sardo, che ha portato alle dimissioni del governatore e alle nuove elezioni, è un esempio della «lotta tra vecchio e nuovo, tra chi vuol tornare indietro ai richiami identitari e chi guarda avanti» che si sta combattendo. Come le primarie di Firenze, indica Realacci, dove a sfidare il favorito del tandem Franceschini-Veltroni, Lapo Pistelli, è sceso in campo un ds dalemiano di lungo corso e con l’endorsement esplicito di Bersani come Michele Ventura.

Veltroni liquida come «fesserie» le nostalgie identitarie e ricorda che il Pd, oggi al 34%, «se cedesse alla tentazione di rientrare nei porti di partenza tornerebbe ad essere un partito del 16 e del 9%». E non fa mistero di considerare un male l’apertura di una guerra interna sulla leadership alla vigilia di una scadenza fondamentale come quella delle europee. «Può avere un effetto molto negativo sul nostro elettorato, alimentare la disaffezione, distogliere dalla battaglia comune per il voto», dicono i suoi. D’Alema e Bersani assicurano che il loro intento è opposto. «L’emorragia dei nostri iscritti, militanti ed elettori è già in corso, e se ho accelerato è per arginarla», ha spiegato in questi giorni Bersani. Che proprio sul tesseramento incentrerà la sua iniziativa nei prossimi mesi, per recuperare quegli ex Ds demotivati che potrebbero costituire la sua base congressuale.

Ma di fronte al profilarsi di un «derby tutto post Pci» tra Veltroni e Bersani, come dice Marco Follini, l’area ex Margherita è in crisi. Già la vicenda Englaro e lo scontro interno sul testamento biologico hanno mostrato come la «sintesi» tra le diverse anime del Pd sia ben lungi dall’essere raggiunta. Ieri i cattolici facevano a gara a sparare contro l’ipotesi di referendum sulla futura legge avanzata da Ignazio Marino, con il quale anche Veltroni è furibondo: «Ma che bisogno c’era di aprire un nuovo scontro interno su questo?», si è lamentato. Ma di qui a breve se ne aprirà un altro sulla collocazione internazionale e il Pse. E nello smarrimento degli ex Ppi, che un po’ (Fioroni e Franceschini) stanno con Veltroni; un po’ (Marini) con D’Alema, c’è chi come Francesco Rutelli denuncia l’esodo degli elettori ex Margherita («un terzo se n’è andato») perché nel Pd i moderati «non hanno patria». E chi come Enrico Letta si prepara a concorrere con l’ex amico Bersani alle primarie per poi riannodare il tandem quando si tratterà di discutere di premiership: «Ci vorrà un candidato cattolico, alla Prodi», spiegano i suoi amici. Sempre che, all’epoca, il Pd esista ancora.