Bersani battuto dal deficit di riformismo

I giorni della gloria, per il ministro Bersani, sono durati poco. In pratica, i giorni seguiti all'annuncio del decreto sulle liberalizzazioni, fra le quali a spiccare era quella dei taxi, quando il ministro era descritto come uomo fattivo, un liberalizzatore che mentre gli altri chiacchierano lui lavora. Nei giorni seguiti all'accordo con i tassisti, il ministro Bersani, già posto sugli scudi, è stato oggetto di critiche non sempre avvedute. Un esempio: la presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, si è chiesta come farà ora, dopo che «si è ceduto alla piazza», a condurre la sua battaglia per la Tav sulla Lione-Torino, battaglia peraltro mai cominciata.
Più sobriamente, Rutelli si è detto deluso perché la soluzione trovata alla fine delle trattative con i tassisti ha deluso le premesse. Un po' feroce Michele Salvati, teorico del «riformismo» Ds il quale ha parlato di un «effetto don Abbondio» da parte di chi il coraggio, non avendolo, non se lo poteva dare. Quanto ai grandi giornali La Stampa titolava lapidaria, il giorno dopo la conclusione delle trattative: «Tassisti, serviva più coraggio».
Insomma, per Bersani, dagli altari alla polvere. Poco si è riflettuto, invece, sull'errore del ministro, tutto politico: quello di avere escluso da ogni consultazione preventiva, prima del varo del decreto, le categorie interessate, appartenenti al lavoro autonomo. Un trattamento ben diverso da quello riservato ai sindacati confederali per i quali è previsto un metodo, quello della «concertazione» che fa di loro i protagonisti di decisioni riguardanti tutto il Paese. Un concetto che richiama una teoria, quella della classe operaia come «classe generale», desueta e non solo perché la classe operaia ha cessato da tempo di costituire la forza principale di una sinistra che troppe volte è apparsa schierata coi «poteri forti», Confindustria in testa, e in qualche caso è apparsa alla mercé della «borghesia riflessiva» identificata, pensate un po', nello spirito ribellistico e anarcoide dei «girotondi».
Il metodo del decreto-legge da imporre alle categorie del lavoro autonomo non poteva che accrescere la diffidenza di tassisti, farmacisti, notai, avvocati anche perché scelto da un governo di sinistra, del quale si conoscono le inclinazioni stataliste e dirigistiche. Non averlo previsto è stato, da parte di Bersani, uno sbaglio imperdonabile. Da «apparatniciki» quali sono tanta parte dei ministri di questo governo, le categorie autonome non si aspettano niente di buono, e non è un pregiudizio.
Da parte del centrodestra, in verità, si è parlato dall’inizio di un «metodo sbagliato», un giudizio che tendeva a distinguere fra riforme che potevano avere aspetti positivi e la strada scelta per imporle. Ne ha parlato nei giorni scorsi Mario Monti, il quale ha notato che alla informazione preventiva si è preferito «gettare il cuore oltre l'ostacolo». Non ha funzionato, e Bersani è stato costretto a fare dopo quel che doveva fare prima. Ma nel frattempo alcune città italiane hanno pagato con una agitazione, quella dei tassisti, che poteva forse esserci risparmiata.
Il pasticcio, ormai conclamato, ha una origine: le riforme vere non si possono affidare a «riformisti» che tali si definiscono avendo nella loro storia, e nella loro cultura, ben altre radici.
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