Bersani cede ai Monti boys

L’ala del partito favorevole al governo tecnico spera di conquistare consensi al centro Ma per il segretario si allontana il sogno del voto anticipato e la candidatura a premier

Roma - «Per ora un peroncino, poi si vedrà: andiamo per gradi»: Pier Luigi Bersani delude chi, incontrandolo alla buvette di Montecitorio mentre Berlusconi sta per andare a dimettersi al Colle, gli chiede se abbia brindato a champagne.
Il segretario del Pd sorride, si trincera dietro ad un «e chi l’ha incontrato?» quando i giornalisti gli chiedono se abbia trovato un Monti convinto e pronto alla pugna, durante il colloquio che i due hanno avuto (presente Enrico Letta) ieri mattina. Durante l’assemblea dei deputati Pd Bersani ha anche cercato di rintuzzare le critiche, esterne ed interne, che accusano i partiti politici (il suo per primo) di aver rinunciato al proprio ruolo, arrendendosi al commissariamento dei «tecnici». «La politica non abdica - ha assicurato - abbiamo fatto una scelta di responsabilità e di generosità». Quanto al ruolo che toccherà ora al Pd, ha concluso con una metafora un po’ sconsolata, «o si va a messa, o si sta a casa». E il Pd, assicura, è stato e resterà «unito».
Dietro l’unità, però, trapelano già stati d’animo molto diversi: c’è l’entusiasmo genuino dei tanti che da mesi tifano e lavoravano per lo sbocco che ora si è materializzato, i membri del «partito Monti» dentro il Pd: dal sottosegretario Enrico Letta all’ex leader Walter Veltroni, e poi Fioroni e Gentiloni, Boccia e - con più cautela - Franceschini. E c’è la preoccupazione dei pochi che si sono detti esplicitamente contrari («È la morte della politica e del bipolarismo, pochi se ne rendono conto ma oggi sta succedendo qualcosa di molto grave», ragionava ieri con aria grave Arturo Parisi) e dei tanti che temono che, se il governo dei «tecnici» durerà più di qualche mese, lo sconquasso che investirà il centrosinistra - oltre che il centrodestra, naturalmente - sarà di grande portata. Una preoccupazione che ha anche il segretario, che la nasconde dietro a sorrisi e parole pacate. «Bersani sta dimostrando grande classe e grande generosità - gli riconosce un suo oppositore interno, fan del partito Monti - tiene il partito unito sul sì al governo tecnico anche se sa bene che così rischia di perdere il treno della vita». Il treno delle elezioni anticipate e della candidatura a premier che, e Bersani ne è consapevole, difficilmente passa due volte.
Ma i contraccolpi sul Pd possono essere di portata ancora maggiore, ed è quello che in realtà molti dei «Monti boys» sperano: archiviare per sempre la «foto di Vasto» e dar vita - all’ombra dei «tecnici» - ad un rimescolamento che sposti nettamente verso il centro l’asse del Pd. Anche per questo, mentre alcuni nel Pd si fregavano le mani all’idea che Di Pietro (e Vendola) si autoescludessero dalle larghe intese, Bersani e i dalemiani lavoravano perché invece il filo non si rompesse.
Un episodio delle ultime ore è rivelatore delle tensioni che covano nel Pd, tra chi appoggerà Monti obtorto collo e sperando di farlo durare pochi mesi, e chi punta ad un orizzonte di legislatura: Matteo Orfini, dalemiano membro della segreteria, ieri sul Riformista ha lanciato l’anatema contro Pietro Ichino, autore di una innovativa proposta di riforma del mercato del lavoro ed evocato da molti totoministri: «Nominarlo ministro sarebbe una provocazione per il Pd e farebbe saltare il governo Monti». Parole pesanti, che il veltroniano Tonini gli chiede di rimangiarsi: «Orfini smentisca le sue dichiarazione sconsiderate, da volantini dell’estremismo».
La preoccupazione di molti (e la speranza di altri) è che sulle politiche economiche del governo Monti si infranga definitivamente la convivenza tra l’anima riformista del Pd e la sinistra tradizionale. «Sarebbe la fine di un equivoco», sorride il deputato Pd Sandro Gozi. Gli ex Ds intanto guardano con allarme le mosse, per ora caute, della Cgil: «Come potremo reggere a sostegno di Monti quando, come è inevitabile, la Cgil scenderà in campo contro il governo?», si chiedono.
Gozi, che ha lavorato a lungo alla Ue a fianco di Monti, avverte: «Chi, anche a casa nostra, spera che Monti fallisca presto e inciampi in qualche trappola della politica sottovaluta lui, e l’appoggio totale del Colle».