Bersani chiuso nel bunker I suoi non lo ascoltano più eppure invoca le elezioni

RomaUn segretario afflitto dalla «sindrome del bunker», che infetta ogni leader del Pd, e un partito «agitato ma non mescolato», a differenza del Martini di James Bond, in cui le correnti si moltiplicano più in fretta dei conigli: a scattare in una intervista al Corriere l’impietosa fotografia del principale partito di opposizione è Silvio Sircana, senatore Pd e già portavoce di Romano Prodi.
Uno che sa bene, ad esempio, che proprio il suo ex principale a palazzo Chigi si sta (cautamente) muovendo per benedire la discesa in campo di colui che Pier Luigi Bersani vede come antagonista più temibile, Matteo Renzi: non a caso alla kermesse indetta dal sindaco di Firenze per il prossimo weekend l’unico politico invitato sarà Arturo Parisi. Il «bunker», un bunker per di più tutto spostato a sinistra, non piace a Prodi, che a suo tempo aveva benedetto anche Bersani ma ora sembra averci ripensato. E non piace a molti altri: tutti coloro, ad esempio, che sperano di arrivare a quel governo tecnico, di transizione o purchessia che eviti quel «voto di emergenza» chiesto a gran voce ieri dall’Unità bersaniana: «La miglior garanzia di discontinuità, a questo punto, sono le elezioni». Un messaggio rivolto anche al capo dello Stato, che nei colloqui dei giorni scorsi ha chiesto anche al Pd la garanzia che un’eventuale governo post-Berlusconi abbia il sostegno necessario a fare quel che la Ue chiede all’Italia. Garanzia che il segretario del Pd (a differenza di Casini) non ha dato.
«Il dramma italiano è che il centrodestra non è in grado di assumersi la responsabilità di fare quel che serve per salvare il Paese. Ma neanche noi lo saremmo», constata amaramente Francesco Tempestini. L’ex ministro Paolo Gentiloni è altrettanto pessimista: «Andremo al voto in alleanza con Vendola e Di Pietro, e vinceremo pure. Ma poi ve lo immaginate come governeremo? Sulle pensioni abbiamo sei posizioni e lo scontro sarà tra chi sta con la Fiom e chi con la Cgil...». Almeno, è il suo ragionamento, «se dobbiamo fare una coalizione di sinistra, posizioniamoci noi più al centro: non ci accorgiamo che tra noi e il Terzo polo ormai c’è una prateria, e qualcuno prima o poi la occuperà?».
A sera, però, Pier Luigi Bersani (nonostante la febbre e il violento raffreddore) non pare di pessimo umore, anzi. Scherza coi compagni di partito, si permette persino una battuta bonaria su Renzi, l’antagonista fantasma. «Matteo? È una risorsa». Al che l’ex Ppi (ed ex andreottiano) Peppe Fioroni gli fa notare maligno: «Quando da noi Dc si diceva che qualcuno era una “risorsa”, il messaggio era chiaro: quello era finito». Ma il segretario Pd scrolla la testa: «Tu sei cresciuto nella Dc, Fioroni, io in un’altra parrocchia: da noi le parole hanno un solo significato». Sarà. Di certo, però, il papocchio di intesa su cui la maggioranza sembra essere in procinto di rappattumarsi, con il rinvio della crisi a gennaio, non gli dispiace.
A quel punto, è il calcolo degli uomini del segretario, le elezioni anticipate ad aprile diventeranno inevitabili e il governo tecnico (che Bersani non vuole, al punto da essersi scontrato anche con Napolitano, sul tema) sarà un incubo esorcizzato. Con la conseguenza che Renzi sarà in difficoltà a scendere in campo troppo anticipatamente, e sarà difficile a chiunque contestare la candidatura del segretario. Cui spetterà, cosa fondamentale, il compito di fare le liste elettorali.
Se dunque la partita si chiudesse così, Bersani tirerebbe un sospiro di sollievo. C’è però mezzo (o più) Pd che tifa per lo scenario opposto, e che ancora spera in una alleanza con l’Udc. «Ma noi non ci pensiamo proprio: andremo da soli e poi si vedrà», taglia corto il casiniano Angelo Sanza.