Bersani: dobbiamo riflettere il popolo vota di più a destra

Il ministro avverte: ricordatevi che cosa è successo quando abbiamo sottovalutato il Polo

nostro inviato a Bologna
Giulio Anselmi, che modera il dibattito, premette: «Piaccia o meno, Bersani è uno che sa parlar chiaro». È vero. E infatti, dal tendone della Festa dell’Unità, dopo una maratona di dibattito di due ore coi giovani e un’ora e mezza con tutti gli altri, Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo economico, di cose chiare, e perfino scomode, ne dice più d’una, sia su se stesso, sul suo partito che sulla sua maggioranza. Ad esempio quando dopo dieci minuti di riscaldamento, con aria elegantemente svagata, Anselmi gli chiede: «Ma perché non si è candidato alla leadership del Pd?». Parte un applauso e lui scherza: «Intervistato da un giornale non direi la verità... Adesso, qui, devo dirla per forza». Risata del pubblico. E Poi una battuta di alleggerimento: «Ho visto che un paio di pirla hanno detto: non ha avuto il coraggio...». Qui Bersani si inalbera «E no, questo no! Per uno che si è preso la briga che mi sono preso io quest’anno, è impossibile» e allora perché non è sceso in campo? «Una mia candidatura alla “ditta” (cioè al partito, ndr) non avrebbe portato giovamento. Una competizione che non evitava contrapposizioni immotivate, era inutile o dannosa».
E poi, parlando di come si deve rinnovare la sinistra, ne dice un’altra, che in bocca agli altri leader della sinistra suonerebbe come un’eresia: «La politica frantumata sta stremando le istituzioni. E questo è un messaggio che vogliamo dare anche agli italiani di destra». Anche al nemico, si vuole rivolgere? E qui Bersani provoca un brivido nella platea: «Guardate che il popolo, o meglio quello che noi abbiamo sempre chiamato popolo, vota più a destra che a sinistra. Dobbiamo riflettere su questo punto? Sì, sì... Dobbiamo porci un problema? Sì, sì...». Pochi minuti prima di fronte ai giovani, lo aveva detto in una maniera ancora più rotonda: «Guardate che se il popolo vota la Casa delle Libertà, vuol dire che qualche cazzata anche noi l’abbiamo fatta...».
Insomma, sotto la tenda della Festa, Bersani si toglie qualche sassolino dalla scarpa, e si prende qualche soddisfazione, a cominciare dal pubblico accorso per sentirlo, che straborda dal tendone, occupa i viali della festa, si affolla sotto gli altoparlanti esterni, e supera di gran lunga la platea che aveva raccolto il giorno prima Piero Fassino. Bersani dosa i richiami di amarcord, l’evocazione di Bettole, il paesino dell’Appennino dove è nato, stigmatizza quella che lui chiama la «vocazione a farsi male della sinistra». E poi avverte, quando la folla rumoreggia al solo sentirlo nominare Michela Vittoria Brambilla: «Oooh! No, guardate che va presa sul serio, e ricordatevi che del centrodestra non va mai sottovalutato niente, lo abbiamo fatto una volta e si è visto cosa è successo...». Applauso. Anselmi stuzzica il ministro sulla «tregua fiscale» («Vorrebbe dire - osserva il direttore della Stampa - che è l’interruzione di una guerra»), e Bersani fa un lungo discorso sulla necessità di recuperare l’evasione.
Anselmi gli chiede cosa pensa sulla polemica dei ministri alla manifestazione della sinistra radicale e anche qui Bersani fa un po’ di dribbling: «Io spero che alle manifestazioni non ci vadano... mi auguro... che non ci andranno». E ancora: quando Anselmi parla della diarchia fra Prodi e Veltroni, osservando: «Un suo collega mi ha detto stamattina, “noi cominciamo a chiamare Veltroni il presidente ombra”. Può far danni?». E il ministro diessino, con una certa dose di ottimismo: «Io non ci credo. Se vota un sacco di gente il 14, il 15 il governo starà meglio». E ancora, sulle primarie «C’è gente che mi fa: “ma è vero che tu sei andato in giro con Letta?” Per l’amore di Dio, ci andrò ancora, guardate che gli avversari sono quelli di là!».