Bersani e la Camusso invocano sacrifici purché li facciano gli altri...

Da Bersani alla Camusso, dai sindacati agli enti locali. Si fingono
paladini dei diritti però sono mossi da un unico obiettivo: salvare il
proprio orticello

Happy hour, happy life. Tutti d’accordo sulla necessità di fare i sacrifici e di tagliare le spese per far fronte alla crisi ma tutti d’accordo che a farli, i sacrifici, sia il vicino di casa. È un dato di fatto e prendiamone atto, purtroppo: l’Italia degli egoisti e delle caste intoccabili, ha definitivamente spodestato l’Italia delle mamme, di un tempo nemmeno troppo lontano, che, per far quadrare i conti di famiglia, dividevano lo stipendio in tante buste: vitto, affitto, luce, gas e spese extra.

Per dipingere il quadro a tinte fosche del nuovo egoismo italiano si può procedere per categorie e, in questo caso, la partita è piuttosto accesa. La parola partita ci porta, per esempio, dritti ai calciatori, anzi, la «viziatissima casta dei calciatori» come l’ha definita il ministro Roberto Calderoli, dopo che «gli eroi della domenica» avevano respinto al mittente con reazioni di sdegno, il contributo di solidarietà previsto dal governo nella manovra economica. La figuraccia davanti alla nazione loro, con i loro stipendi, l’hanno fatta.
Ma se Calderoli rimbrotta i calciatori, hanno più che ragione tutti gli italiani che sono ancora qui ad aspettare un segnale di coerenza, un vero e concreto atto di sacrificio da parte dell’intera classe politica.

Lo ha invocato anche l’altro giorno, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: «Nel momento in cui il governo chiede sacrifici a tutti, è inconcepibile che la politica per prima non li faccia». Solo che lady Emma si è dimenticata di garantire che gli industriali sono disposti a fare i sacrifici. Insomma li faranno o li faranno fare solo, con buona pace di altri lamentosi «egoisti» come Bersani e la Camusso, agli operai e ai dipendenti, e nel frattempo si adopereranno per mettere al sicuro, magari oltre confine i loro denari?
E se è vero, come si sostiene da più parti, che aumentare l’Iva sembra l’unica strada possibile è anche vero che, oltre a certi «poveri» industriali si sono messe subito a strillare anche altre categorie. Tipo gli imprenditori del turismo e i commercianti. A guidare il coro dei no, «no ad ogni incremento dell’Iva, no ad una patrimoniale, no a nessuna ulteriore tassa» il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli che ha avvertito: «Intervenire sull’Iva può sospingere l’inflazione e poi si tratta di un’imposta con ampi margini di evasione».

E come lui anche l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, a margine del meeting di Cl a Rimini, ha voluto esternare il suo malcontento dichiarando che «qualsiasi aumento delle tasse avrà un impatto negativo sulle vendite delle auto e sui consumi in generale».
Quanto ai politici il loro esempio di egoismo è davvero illuminante, non solo perché possono andare in pensione dopo solo cinque anni di legislatura o perché le loro pensioni sono quelle che gravano di più sulle tasche degli italiani (dei 219 milioni di euro erogati ogni anno a ex parlamentari 204 arrivano dalle nostre tasche) ma perché procedono impunemente nel loro egoismo anche adesso che il momento è difficilissimo.

Significativa la vicenda dell’ordine del giorno in cui si chiedeva l’abolizione dei vitalizi per i parlamentari ed il trasferimento della pensione degli ex all’Inps, in base ai contributi effettivamente versati di parlamentari (che avrebbe portato ad un risparmio effettivo di 150 milioni di euro l’anno). Sapete come è finita? È stato bocciato dal presidente della Camera Gianfranco Fini che lo ha definito «inammissibile per una questione di metodo».
Ma il Paese degli egoismi è anche il solito Paese dei veti. Umberto Bossi ha chiuso la porta in faccia a Berlusconi riguardo alle pensioni e agli enti locali e così l’Upi, l’Unione Province italiane ha subito riunito il direttivo per dichiarare quanto segue: «Noi dell’Upi diciamo che se le famiglie devono compiere sacrifici, anche gli enti pubblici sono chiamati a questo, ma ricordiamoci che soldi in meno vuol dire mettere a rischio lavori a strade, scuole, per tutelare l’assetto idrogeologico del nostro territorio, oltre a minori risorse per il trasporto pubblico».

Come dire, in buona sostanza: «Attenti perché non faremo più nulla, con meno soldi».
E i sindacati? La Cgil della zarina Susanna Camuso e la Fiom di Maurizio Landini adottano e agitano solo vecchie contromisure, quelle degli scioperi generali, per nuove situazioni d’emergenza che interessano o dovrebbero interessare tutto il Paese. Ancora la Marcegaglia si è sentita in dovere di bacchettare la Fiom affinché «smetta di guardare ai problemi con ideologia, ma consideri che l’obiettivo è far andare bene le imprese affinché possano pagare di più di lavoratori».

E per tutta risposta, la Camusso, spalleggiata da un Bersani che, dopo aver fatto appello all’unità del Paese, non ha mosso un dito per tenerla a freno, è scesa con la sua Cgil in piazza (Navona) per proclamare lo sciopero generale del 6 Settembre contro una manovra «sbagliata, ingiusta, bugiarda, ideologica».
Meno male che Bersani ha offerto la sua ineffabile soluzione per risolvere i problemi dell’Italia e colpire sempre il solito vicino scomodo, cioè il Cav. «Mettiamo all’asta le frequenze tv», ha proposto. Che fulgido esempio di disinteressata generosità.