Bersani elogia la Lega. Per spingerla lontano dal Cav

RomaQuell’immagine dei due alleati di ferro che si passano la battuta, sul palco di Piazza San Giovanni, è l’istantanea che più ha colpito gli avversari del Pd.
Non che i dirigenti del principale partito di opposizione coltivassero ancora qualche illusione di incrinare l’asse tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi: sono molto lontani i tempi della Lega «costola della sinistra», quando Massimo D’Alema corteggiava lo stato maggiore del Carroccio per indurlo (con successo) a rompere la maggioranza ed abbandonare il Cavaliere. Oggi il partito di Bossi è diventato «il pilastro di Berlusconi», come accusa Pierluigi Bersani (nella foto): «Sono loro che reggono la sedia dell’Imperatore». E, soprattutto, è diventato il garante di un blocco sociale e «popolare», come ripetono dal Pd, che consegna la maggioranza elettorale al centrodestra. «Secondo tutte le indagini elettorali degli ultimi anni - spiega il senatore Giorgio Tonini - noi siamo maggioritari nelle fasce sociali che ruotano attorno alla spesa pubblica: impiegati, insegnanti, magistrati, medici, pensionati. Mentre siamo in netta minoranza in tutte le categorie dentro il mercato: giovani precari, operai, lavoratori autonomi, artigiani, imprenditori. Per i quali noi siamo extraterrestri, incapaci di parlare la loro lingua».
Il neo-segretario del Pd Bersani si è messo in testa l’ambizioso progetto di provare a scalfire quel blocco e di insidiare quel bacino di voti, puntando su quello che ritiene il «tallone d’Achille» della Lega: il fatto di essere al governo con Berlusconi, e di condividere quindi con lui la responsabilità di un’eventuale delusione dell’elettorato a fine legislatura. Ecco perché, in queste settimane di campagna elettorale, Bersani percorre in lungo e in largo il CentroNord denunciando le «due parti in commedia» della Lega: «Sono bravi a fare i federalisti nel weekend, a casa, ma poi si trovano benissimo durante la settimana a Roma, a reggere la baracca del governo».
Sabato sera, a Novara, ha assicurato che un qualunque deputato peone della Lega «nel dibattito parlamentare batte Fabrizio Cicchitto dieci a zero». Personale politico di razza, che però si rassegna ad un ruolo di «totale sudditanza» nei confronti di Silvio Berlusconi e dei suoi «voleri». «La Lega - ha detto Bersani - è un partito nato con intenzione antiburocratica e moralizzatrice, ma è di fatto determinante in ogni atto del governo». E dunque se il «federalismo promesso» non funziona e la crisi morde anche al Nord; se «il governo, con l’Ici, ha tolto ai Comuni l’unico cespite di entrate locali»; se «i conti comunali non sono mai andati peggio, col 20% di lavori pubblici in meno e il disinvestimento dei servizi sociali», la responsabilità è proprio di Bossi e dei suoi. Che al governo si sono occupati «delle beghe di Berlusconi e delle sue leggi ad personam», anziché delle istanze del popolo leghista.
In Piemonte, in particolare, la campagna del Pd a sostegno di Mercedes Bresso è tutta in chiave anti-Lega. «Tute blu e non camicie verdi» è lo slogan che campeggia sui manifesti che tappezzano le zone popolari di Torino, nel tentativo di frenare l’emorragia del voto operaio di cui in questi anni, in modo crescente, il Carroccio sta facendo incetta: non a caso Bersani ha scelto come luogo simbolo per chiudere la campagna elettorale gli stabilimenti di Mirafiori.
Riuscirà però ad invertire la rotta? I suoi più stretti consiglieri sono prudenti: «È un lavoro di lunga lena, quello per recuperare l’elettorato popolare orientato verso il Carroccio. Non ci aspettiamo risultati immediati». Anzi: l’unico spostamento che si prevede dalle parti del Pd è quello tra Pdl e Lega, che «potrebbe guadagnare ai danni di Berlusconi». Tonini è scettico: la sinistra, dice, non perde il vizio di «parlare solo al recinto minoritario di chi già la pensa come lei. Per farci capire da chi vive sulla pelle i problemi legati all’immigrazione, al fisco, alla malagiustizia c’è bisogno di una profonda revisione culturale e programmatica: non bastano gli spot».