Bersani invade «Berlusconilandia» Va a casa del nemico e poi si pente

Prima al Tg4, poi al Festival di Sanremo, infine su Chi, la più temibile macchina da guerra del Cavaliere. Il segretario del Pd a zonzo per «Berluscolandia» sembra un pacchetto spedito senza indirizzo. E sì che ha anche usato il prefisso. Ber-sani nei luoghi di Ber-lusconi. Salvo poi pentirsene, ovvio. Seducibile ma con remore il Pierluigi di Bettola dal Silvio di Arcore.
Al tormentone del «collega» Nanni Moretti («Mi si nota di più se vado o se non vado?»), Bersani ha evidentemente trovato una risposta. Lui va. Ma a modo suo. Il 16 febbraio, dal miglior amico di Berlusconi, ha sviluppato una visuale selettiva. Tanto che, accomodatosi nell’ufficio di Fede, prima dell’edizione del Tg4, ha sorvolato sulle foto del Cavaliere, e si è concentrato su quelle di Emilio inviato di fronte all’imperatore di Etiopia, Hailé Selassié. Fede gli ha omaggiato ventidue epocali minuti (mai un leader riformista aveva varcato, invitato per di più, le soglie della roccaforte di Segrate), lui ha detto quello che ha voluto, ha ripreso Fede che approvava l’ottimismo del Governo sul piano economico, ha inarcato il giudicante sopracciglio e poi è andato. Ma quando fuori, i fotografi gli hanno chiesto uno scatto davanti al logo del Tg4 ha rifiutato e ha aggiunto con uno dei suoi sorrisi da autentica di firma: «E poi, faccio anche il promo?».
Ovunque ma d’accordo con niente. È andato al Festival per la figlia, ha detto che si sarebbe affacciato solo alla tv democratica Youdem poi è sbarcato all’Ariston, si è seduto nelle prime file, Costanzo lo ha intercettato e lui ha tentato di mettere il cappello anche sul Festival. Ma sono iniziati i fischi e lui si è rimesso a sedere perché quando le cose non vanno dritte, non è il caso di spingerle. Poi, una volta a casa, si è messo a parlare male di tutta la kermesse e bene dell’unico che alla kermesse non c’era: Morgan. Sarà la sindrome da esclusione che li accomuna.
Giovedì è stata la volta di Chi e della sua «vita ad alta fedeltà» in cui parla di figli, ricordi e di molta musica perché, va detto, lui se ne intende davvero mentre la maggior parte dei suoi colleghi pensano che il cd sia un sottobicchiere. Quindi Bersani, con pugno chiuso e champagne nell’altra mano (sintesi perfetta) parla anche dalle patinate pagine di Alfonso Signorini. Si vede che momenti disperati richiedono misure disperate.
Ma certo restiamo in attesa di qualche sgradevole battuta per prendere le distanze, domani, dal giornale che ha usato ieri. Non perché siamo mal pensanti ma perché così ci ha abituati. Sarebbe bello che la gente, almeno ogni tanto, non si comportasse per quello che sembra.
O forse ci stupirà per stile. O forse sarà costretto a rimanere dall’altra parte della «barricata», a concludere che non sempre i soldi sposano il cattivo gusto, che Emanuele Filiberto di Savoia canta mica male e che l’insegna del Tg4 gli dona una bella luce all’incarnato.
Perché se, come abbiamo il sospetto, queste continue incursioni a «Berluscolandia» a nulla serviranno per guadagnare simpatie presso «il popolo di Berlusconi», certo non saranno utili a cementare il suo scollato rapporto con i colleghi di partito. Come dire, a furia di saltare da un ramo all’altro, ogni tanto si rischia di mancare la corda.
Bersani che ascolta Bersani «ma non perché si chiama come me», che rivela il titolo della canzone sua e di sua moglie, «La canzone dell’amore perduto» di Fabrizio De André, che racconta che l’inno per il Pd potrebbe essere «Sono un ragazzo fortunato» di Jovanotti, che svela la colonna sonora della nascita delle sue figlie, che se ne porta una al Festival, che chiede ai giornalisti di Fede se il direttore sia «davvero così cattivo come nei fuori onda»... Questo Bersani è un Bersani in operazione simpatia. E per «rifarsi» la prima impressione, va ospite a casa del nemico. Fingendo di non aver potuto declinare l’invito, fingendo di aver trovato scomoda la poltrona o di aver mangiato male. Ma è un casino perché, non sempre succede, ma ogni tanto la verità si vede.