Bersani, l’ex chierichetto che ha fatto finta di privatizzare il Paese

Con l’energia dei 55 anni appena compiuti, il ds Pierluigi Bersani ha avuto il fegato di guastare il medesimo a un paio di milioni di italiani. Nella sua qualità di padre del decreto sulle liberalizzazioni, il ministro per lo Sviluppo Economico ha sfidato una decina di corporazioni. Bersani, che è imponente come un camallo, non ha esitato ad affrontare dei pari stazza come i taxisti. Da questo primo round è però uscito malconcio. Ha invece riportato un trionfo sulle categorie più macilente: notai, avvocati, farmacisti, ecc. A chi gli ha chiesto cosa avessero fatto di male questi gruppi linfatici, ha risposto: «Hanno rendite di posizione. Le ho segate. Gli italiani sono più liberi». E giù l’elenco delle nuove libertà: negozieremo le parcelle con gli avvocati senza sottostare alle tariffe fisse; faremo il passaggio di proprietà dell’auto versando 390 euro all’Aci, anziché 405 al notaio; ci riforniremo di Guttalax alla Coop invece che nella farmacia sotto casa. Gli è stato obiettato che, più e prima di questo, si sentiva il bisogno di altro e gli sono stati fatti degli esempi. C’è il meccanico che è stufo di perdere due anni di vita dietro la burocrazia per le 70 pratiche necessarie ad aprire un’officina. Ci siamo noi che non vogliamo più pagare le bollette della luce a capriccio dell’Enel. Ci sono io che non ne posso più di vedermi salassato il c/c a piacimento da Unicredito e un mio amico idem da Banca Intesa, e altre cose così. A questo però Bersani non ha risposto. Così, è rimasto il sospetto che si sia solo fatto réclame a buon mercato. E con ciò ci ha deluso.
Pierlù passa per un ex comunista coi piedi per terra. Un tipo con le mani in pasta, di scuola emiliana. È amato da fior di capitalisti, come il presidente a cinque stelle Luca Cordero di Montezemolo suo conterraneo. Quando dieci anni fa arrivò per la prima volta al governo col Prodi I, l’allora capo della Confindustria, Fossa, disse: «Bersani è la sola pecora bianca. Gli altri ministri sono dilettanti allo sbaraglio». A quel tempo, Pierlù aveva grandi idee. Era approdato, come oggi, al ministero di Via Veneto che si chiamava ancora dell’Industria. Aveva già l’ambizione di liberalizzare. Mirava però molto più in alto che non a taxisti e panificatori. Confidò a un giornalista nell’agosto ’96: «Devo andare a prendere le rendite di posizione, a una a una, petrolieri, assicurazioni, banche, settori a tariffe come telefoni ed elettricità». Questo sì, era parlare. Metteva nel mirino gli squali, non l’olio di merluzzo delle farmacie. Ignoro se poi ci abbia provato, ma non risulta. Se lo ha fatto, deve essergli andata male. Infatti, quella è gente davvero tosta. Pierlù ha fatto tesoro della sconfitta e oggi, accantonate le velleità grandiose di tagliare la cresta a banchieri e compagnia, se l’è presa con quelli alla sua portata. Il risultato oscilla tra il gran casino e il nulla. Da tre mesi le vie di Roma sono intasate di cortei. I taxisti sono neri e più antipatici di prima. Gli avvocati irritati trascurano i processi. E io, per ciò mi riguarda, continuo a comprare il Geriatric-Tonaton in farmacia. Se queste sono le riforme, ridateci Rumor.
Bersani, come D’Alema, è uno di quei sinistri che vanno a genio alla destra. In tv hanno eloquio liberale e raramente la buttano sul moralistico. Lui poi ha una simpatica parlata emiliana senza svolazzi sinistresi. Piacciono la sua pelata gagliarda, il viso maschio con un che di mussoliniano, gli occhi furbi da mercante. È, antropologicamente, un homo novus, come il Cavaliere. Origini modeste e carriera fatta sulle sue gambe. Basta però che si irriti e la maschera cade. Pierlù, al sodo, è un Pecoraro Scanio scapitozzato. Un sinistro settario, due pesi e due misure. Se è la Destra a fare le cose, è tutto sbagliato e Bersani protesta. Se invece è lui a fare le stesse cose della Destra, allora va benissimo. Vale anche per il non fare. Quando l’anno scorso il petrolio schizzò alle stelle, Pierlù ingiunse al Cav di abbassare le tasse sulla benzina per calmierare il prezzo alla pompa. Ora che potrebbe farlo lui, lascia le cose come stanno. Anzi, il gallone costa meno di prima, ma il prezzo della verde resta lo stesso. Non fa abbassare la tassa, né la cresta ai petrolieri. Molti dei quali, vedi caso, sono sostenitori di riguardo dell’Unione.
Pierlù è merce rara. È un comunista uscito dall’unica provincia bianca nella marea rossa emiliana. È nato a Bettola, villaggio del subappennino a una trentina di chilometri da Piacenza, città dove la sinistra non ha mai governato. Il babbo era lo storico meccanico del paese con annessa pompa di benzina. La mamma era ed è un pia donna. Uno zio è stato missionario in Egitto. Saldamente dc erano entrambi i genitori, come la stragrande maggioranza dei mille bettolesi. È nella parrocchia di San Bernardino, sotto lo sguardo amorevole di don Vincenzo Calda, che il fanciullo ha preso forma. Il parroco, oggi novantenne, ha sempre stravisto per lui. Al punto che, quando Pierlù fu eletto per la prima volta alla Camera nel 2001, fece suonare a stormo le campane della chiesa. Il ragazzo era un ottimo chierichetto e serviva messa tanto a sinistra quanto a destra (molto più complicato). Era una colonna dei «Diavoli neri», l’associazione sportiva parrocchiale. Faceva anche parte del «Corale bettolese» diretto da don Vincenzo. Pierlù ha una bella voce tonitruante e, tuttora, assolti gli impegni di ministro, canta le arie di baritono delle opere di Verdi. Adora il Maestro di Busseto che è un suo faro intellettuale. Gli capita spesso infatti, anche in Consiglio dei ministri, di citare versi del Don Carlos per sottolineare un bofonchio di Prodi o un solecismo di Di Pietro.
Il sopradescritto idillio parrocchiale sbiadì quando il ragazzo cominciò a scendere a Piacenza per frequentare il liceo «Melchiorre Gioia». Faceva la spola col trenino, che allora c’era e oggi non c’è più. Il preside, Alessandro Caretta, lo mise nella sezione C, quella dei ragazzi di provincia, mentre la A e la B erano riservate ai rampolli di città. Purtroppo, però, nella C c’erano anche i primi maoisti e altri giovani figuri che incubavano l’imminente ’68. La fragile anima del chierichetto si lasciò corrompere e Pierlù notare per l’irruenza del suo impegno politico. Era diventato un ragazzone con folti capelli scuri e spiccati interessi filosofici. Presa la licenza, si iscrisse a Filosofia nella dotta Bologna. Qui, la degenerazione avviata nella sezione C raggiunse il suo culmine. Il futuro ministro fu tra i fondatori della sezione felsinea di Avanguardia Operaia. Lo sproposito gettò nello sconforto la madre, il padre, lo zio missionario, don Calda e l’intera comunità di Bettola. Ma il ragazzo era solido e, come disse la mamma quando il figlio rinsavì, «si mantenne retto, pulito, buono, anche con quelle certe ideacce che aveva». Quasi a compensare l’estremismo, Pierlù si addottorò con una tesi da monaco camaldolese: «Grazia e autonomia umana nella prospettiva ecclesiologica di San Leone Magno». La preferenza accordata al papa che fermò gli Unni era il segno che sul neo dottore non avrebbe attecchito un’altra barbarie, quella della P38, che attirava invece gli ultrà di AO. Difatti a 22 anni entrò nel Pci e dette l’addio alla giovinezza. Al partito dedicò anima e corpo. Montò ponteggi ai Festival dell’Unità, fu consigliere comunale a Bettola, a 28 anni aveva la poltrona di assessore regionale. Era però un comunista radicale, febbre tipica degli ex chierichetti. Quando Enrico Berlinguer cominciò parlare di compromesso storico con la Dc, Pierlù ribattè: «Con la Dc, mai». Fu per un no a bassa voce, per non guastarsi con le gerarchie. Pierlù è sempre in linea coi capi. Occhettiano con Occhetto, dalemiano con D’Alema. Così, poco più che quarantenne, è diventato presidente della Regione, ministro con Prodi a 45 anni, ancora ministro a 47 con D’Alema, fino agli attuali fasti.
Pierlù abita tra Roma e Piacenza, ma torna spesso a Bettola dove c’è la mamma. Col giubbotto di pelle e il mezzo toscano tra i denti, si ferma a chiacchierare coi vecchi compagni Sandro e Gian e bevono insieme un bianchetto. Manca, purtroppo, il compagno Baldo, suo stretto confidente. Ebbe un coccolone nel ’94 per il dispiacere che Berlusconi avesse vinto le elezioni.
Al generale equilibrio di Pierlù, ha dato un importante contributo la moglie Daniela, una compaesana, però di San Giovanni, la parrocchia rivale. Si conoscono dai tempi dei calzoni corti e delle treccine. Lei è una farmacista comunale che, non avendo una farmacia in proprio, è stata totalmente d’accordo col maritale esproprio degli integratori vitaminici in favore dei supermarket. Due figlie, Elisa e Margherita, completano la famiglia. Di Elisa non so, forse è un personaggio verdiano, ma Margherita porta questo nome in omaggio a Bulgakov, l’autore di «Il maestro e Margherita», romanzo preferito del babbo. Pierlù è un cultore di letteratura russa. Cita spesso il protagonista di un noto romanzo dell’800, il pigro e neghittoso Oblomov. Per lui, è il prototipo dell’italiano medio, indolente e senza zebedei. Pierlù, come il Cavaliere, ci vorrebbe tutti più dinamici e fattivi. «Sto Paese si deve dare una mossa», dice con frequenza giornaliera e una punta di esasperazione.
Perciò, si dà da fare per compensare la nostra ignavia. Oggi con le liberalizzazioni, sette anni fa, da ministro dei Trasporti del D’Alema II, con la consegna su un piatto d’argento della Telecom al rag. Colaninno. L’affare premeva al premier che però non poteva comparire. Se ne incaricò Bersani, facendo da tramite. Così Colaninno, con qualche spicciolo suo, comprò coi soldi delle banche. Da allora, Telecom è la spa più indebitata d’Italia. Ora, è la più a rischio.
Compiangiamo Tronchetti Provera per essere rimasto lui col cerino acceso. Ma supplichiamo Pierlù di risparmiarci nuove prodezze.