Bersani-Letta, prove di candidatura

«Nessuno può fermarci». A Milano prende piede il ticket alternativo al sindaco di Roma L’ammissione: Ds e Margherita hanno fallito

da Milano

Il ticket Bersani-Letta ancora non c’è, i due glissano e non sciolgono la riserva ma certo quella vista ieri a Milano è parsa la prova generale della sfida a Walter Veltroni. Non ci sarebbe stato modo migliore per alimentare l’attesa della candidatura alla leadership del Partito democratico. Invitati a un polveroso dibattito sul Pd «alla prova del Nord», i due sono arrivati da Roma sullo stesso aereo, hanno raggiunto la sala sulla stessa auto, sono entrati assieme, si sono seduti accanto e per tutto il pomeriggio non hanno fatto che parlarsi, sorridersi, ammiccare ai fotografi e citarsi vicendevolemente. Qualcosa di più di semplici coincidenze.
Così, mentre i vertici lombardi di Ds e Margherita si rinfacciavano la scelta di una sala convegni troppo angusta e senza aria condizionata, i militanti provavano a decrittare le smorfie, gli sguardi e le mezze frasi di Bersani e Letta.
Tra le mezze frasi, le più incisive - in vista delle primarie per la leadership di ottobre - sono parse quelle del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il quale ha esordito con echi vagamente kennediani: «Non dobbiamo chiedere a qualcun altro cosa fare, ma farlo noi stessi». Ha scosso i militanti di Ds e Margherita: «Ci lasciamo alle spalle due partiti che non ce l’hanno fatta rispetto alle ambizioni che avevano». Ha spiegato che «per una classe dirigente credere al progetto significa metterci la faccia in prima persona e per questo voglio dire grazie a Veltroni, che ci ha messo la faccia. È questa la strada giusta». E ha concluso con un proclama: «Il processo è aperto, tutti possono concorrere e nessuno ci può fermare». Dove quel «ci» si prestava a diverse interpretazioni: si riferiva al Pd in generale o al ticket con Bersani?
Dubbi che, stando alle sensazioni raccolte nell’entourage lettiano, dovrebbero essere sciolti nel giro di una settimana, quanto arriverà l’annuncio definitivo. Per ora, tutte le strade sono aperte. «Situazione fluida», si dice. E dunque, se candidatura sarà, non è detto nemmeno che sia in ticket. I due potrebbero anche correre separati. Sarà per questo che nella platea affollata di dirigenti di Ds e Margherita, oltre che di imprenditori, professionisti, sindacalisti e ulivisti «cani sciolti», prevaleva la voglia di non schierarsi. Tutti in attesa degli eventi, tutti generosi di complimenti a Bersani-Letta, «ma anche Veltroni e Franceschini sono una bella coppia...».
Molto prudente Bersani. Del resto tra i due è nella situazione più difficile, con il suo partito di provenienza già schierato per Veltroni. «Vedo che tutto viene ridotto a meccanismi di candidature e liste, ma io non ho in testa questo problema. Quando ci saranno delle regole definite, vedremo». Chiara l’intenzione di guadagnare tempo per misurare le forze. In ogni caso, il messaggio a Veltroni (e Fassino, e D’Alema...) è chiaro: la candidatura resta in piedi. «Non è che se uno parla per primo, chiude la partita», si diceva ieri negli ambienti vicini a Bersani.
Già si vede, però, il profilo dell’eventuale ticket: pragmatico, di impronta nordista, sensibile alle esigente del mondo produttivo. Insomma «da combattimento» secondo la formula più volte enunciata da Bersani per il Pd. E dunque in grado di affondare il coltello nel ventre molle dell’ecumenismo veltroniano con parole d’ordine come merito, mercato, mobilità sociale, decisionismo, lotta alle corporazioni e liberalizzazioni a tutto spiano «anche con lenzuolate referendarie».
Peccato che su Bersani e Letta gravi il peso del deficitario bilancio del governo. È il motivo dello scetticismo di Pierluigi Mantini, deputato della Margherita: «È mancata l’autocritica, l’ammissione che qualche errore è stato fatto se su temi come fisco e sicurezza scontiamo ritardi così profondi».
Il rapporto tra la corsa per la leadership del Pd e il governo resta un problema. Non a caso anche Prodi, nei giorni scorsi, ha manifestato perplessità sul fatto che candidati ministri potrebbero ingenerare confusione sul sostegno del premier. E, in caso di sconfitta, indebolire ulteriormente il governo.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it