Bersani è nell’angolo: l’appoggio a Monti gli costerà l’elettorato

Il segretario: "Manovra dura, cercheremo di renderla più equa". Aumentano i malpancisti. Un senatore: "Non so a cosa serviamo"

Roma - Accetta di buon grado di autoproclamarsi «senator Tafazzi», accorgimento che ne ridurrà (almeno) spiacevoli ripercussioni all’interno del gruppo dirigente. Il suo sfogo esprime l’angoscia che in queste ore, più che mai, come un virus divampa all’interno del Pd, lasciandolo sbigottito ed esangue. In piena crisi d’identità. «Operai e ceto mediobasso - dice - da tempo non si fidano più di noi, ci hanno abbandonato. I ricchi veri e gli evasori non hanno bisogno di noi: dopo anni di vacche grasse, ora si godono i soldi portati all’estero. Con la stangata dei professori, ci giochiamo anche il ceto medio e medioalto, i nostri elettori. E per che cosa? Per Monti e Passera. Ma la domanda che mi faccio è un’altra: dopo questo, il Pd a che serve più? Noi, chi rappresentiamo? Io, chi sono?».
Tormenti personali che, nella faccia scurissima del Bersani di questi giorni, trovano la dimensione amplificata dello smarrimento piddino. Sul quale amici e nemici piombano con la stessa generosità di avvoltoi sulla carcassa abbandonata. Il ragionamento espresso nel pomeriggio di ieri dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, non fa una grinza: «Chi ne esce peggio è il Pd, lo indebolisce». Come prevedibile, il governissimo dei professori questo realizza: lo svuotamento interiore delle stesse ragioni per le quali Ds e Margherita, pronubo Prodi, decisero di convolare a (forse ingiuste) nozze. Basterà l’appello al «senso di responsabilità della nostra gente»? Lo stesso segretario Bersani comincia a nutrire forti dubbi, e così ieri ha approfittato del primo convegno a portata di mano, gli Stati generali della cultura, per cominciare a mettere puntini sulle «i», e poi è corso sulla poltrona di Fazio a Che tempo che fa per commentare in diretta la manovra. Stasera alle 20, dopo l’intervento del premier alla Camera, ha convocato il coordinamento del partito. Il tutto, perché rigore e sacrifici andranno pure bene, ma ora bisogna capire come si digerisce un rospo tanto repellente. Rospo di destra, sorretto da un partito di centrosinistra.
Il tono del leader tradisce lo stato d’animo di chi sta tra incudine e martello, di chi s’è ficcato in un cul de sac senza avere idea di come uscirne. «Sono ore pesanti, anche drammatiche. Entriamo in un mare in tempesta, noi terremo ferma la barra», afferma nel pomeriggio. Da Fazio, invece, Bersani accoglie come «novità apprezzabile» la decisione di ridurre la soglia per l’indicizzazione delle pensioni e «con piacere la scelta di far pagare qualcosa ai famosi capitali scudati, come avevamo proposto noi». La manovra resta «molto dura», ma «lavoreremo perché i tratti di equità siano ancora più forti...».
Ci spera ancora a poterla mitigare, il segretario. Ma il futuro non riserva scenari politici assai piacevoli: se la situazione precipitasse, certo saranno guai per tutti. Ma se si superasse la crisi, a penare sarà il Pd e i meriti andranno ad altri. A mettere il dito nella piaga sono in tanti, come il senatore Ignazio Marino, critici con i tratti di «iniquità» della manovra. «Saremo responsabili sì nei confronti del governo che sta affrontando una crisi difficile, ma noi parlamentari dobbiamo essere in primo luogo responsabili nei confronti dei cittadini che rappresentiamo». Di colpi di mano parlamentari però non si parla, anche se sarà arduo ottenere i «correttivi» sperati (tra gli altri) dal responsabile Lavoro, Cesare Damiano. Preoccupati per la poca equità anche Bindi e Finocchiaro, il presidente toscano, Enrico Rossi, il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Al centro, quest’ultimo, di un caso per i suoi tweet lanciati in diretta durante l’incontro con il governo. «Ho capito solo adesso che è successo un terremoto con i miei tweet. Sto andando a Fiumicino, spero di riuscire a scappare...», uno degli ultimi. Noi speriamo che se la cavi.