Bersani piange lacrime di coccodrillo per il Cav

Pier Luigi Bersani, segretario del Partito democratico, dichiarazione di domenica, ore 19 e 18, subito dopo l’aggressione di Silvio Berlusconi in Piazza del Duomo a Milano: «Un gesto inqualificabile che va fermamente condannato». Ancora Bersani, ieri mattina, davanti all’ospedale San Raffaele, dove si è recato a visitare il premier: «Ogni gesto violento va condannato. È importante ristabilire la civiltà politica della buona educazione». Questa invece la risposta a chi gli chiedeva se ci fosse in Italia un «clima d’odio»: «Clima è una parola astratta, parlerei piuttosto di gesti di odio isolati».
La condanna della violenza è ferma e sincera, non c’è dubbio. Il «clima d’odio» invece non sembra così «astratto», almeno stando al referto medico di Berlusconi, piuttosto concreto nel contare fratture e denti rotti. Chissà. Bersani forse si è dimenticato di quello che aveva esternato poco prima (ore 16 e 19) del fattaccio, in occasione della cerimonia per l’anniversario del sacrificio dei partigiani prelevati dal carcere bolognese di San Giovanni in Monte nel 1944, poi fucilati dai fascisti a Sabbiuno. Il vincitore delle recenti primarie aveva detto: «Non abbiamo niente da guadagnare da un modello di democrazia populista dove c’è un miliardario che suona il piffero e tutti i poveracci che gli vanno dietro». Frase allarmista a cui ha fatto seguire quest’altra sopra le righe: «Non penso che abbiamo davanti il rischio di un fascismo in camicia nera, ma ci sono nuovi modi per tradire i valori di libertà, uguaglianza e dignità che furono affermati allora».
Berlusconi non è nominato ma ci arriva anche uno psicolabile armato di oggetto contundente a capire chi è il «pifferaio miliardario» che minaccia i «valori di libertà, uguaglianza e dignità». In quanto al «fascismo», Bersani finge di parlar d’altro: nega ci sia il pericolo si ripresenti «in camicia nera» ma nel caso del centrodestra sempre di «criptofascismo» o di «deriva autoritaria», come si dice in sinistrese, si tratta. Sono affermazioni che stupiscono e risaltano ancora di più, visto che Bersani non è mai stato fra i più feroci anti Silvio. Eppure egli ha condensato in poche pennellate tutti i pregiudizi infamanti contro il presidente del Consiglio: fascistoide, traditore di valori cardine della nostra società, populista incantatore senza sostanza ma con molta grana. Non siamo così lontani dalle tirate irresponsabili di Antonio Di Pietro, l’alleato dal quale il Partito democratico in queste ore ha cercato di smarcarsi. Il «clima» è questo. Ovviamente c’è poi chi tira le conseguenze, incluse le statuette in faccia al premier. Per questo le parole contrite e accomodanti del segretario democratico hanno lo stesso valore delle lacrime di coccodrillo.
Ancora una cosa. Mettiamo un attimo da parte il «pifferaio miliardario» e veniamo ai «poveracci» che ne rimangono incantati. Bersani dovrebbe spiegare chi sono. In che senso «poveracci»? In senso economico? Beh, sarebbe davvero singolare, o forse solo il segno di come sono mutati i tempi e l’elettorato progressista, se il leader della sinistra si riferisse con questa parola a chi non naviga nell’oro. Che sia paternalismo? O snobismo? Comunque, un grave autogol. O forse la parola «poveracci» è da intendersi in senso morale, ed è quindi una manifestazione ingiustificata di spocchia moralistica? Beh, sarebbe davvero singolare, e un po’ autolesionista, se il segretario di un partito che punta al governo trattasse con immotivato disprezzo un intero blocco sociale, la piccola e media borghesia, che ha decretato la vittoria del centrodestra, coprendolo di voti. Ma forse è proprio questo il motivo per cui attualmente Bersani & Co. si possono scordare di arrivare al potere, a meno che non organizzino una bella orgia partitocratica con la scusa di difendere le istituzioni repubblicane da pericoli inesistenti.