Bersani: sì al dialogo. Con Repubblica

Il segretario Pd, sul quotidiano amico, si dice disponibile al "confronto" sulle riforme però impone i suoi diktat. E pensa di andare
anche al corteo contro il Cavaliere

Roma - La strana concezione del dialogo del neocapo del Pd Pierluigi Bersani assomiglia molto alla logica che partorì il trattato di Versailles del 1919. Dove la parte della Germania la dovrebbe fare il premier, s’intende. In un colloquio con Repubblica (quello sì sempre ben accetto) il segretario democratico dice che le condizioni per un confronto con il Pdl ci sono eccome. A patto che: il governo ritiri immediatamente il provvedimento sul processo breve; il Parlamento si rimetta a discutere di riforme istituzionali partendo dalla bozza Violante; si cambi la legge elettorale; si diano più soldi agli enti locali; Tremonti si presenti alle Camere per dire che non ci sono più risorse. Ecco: «In questo contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura». Mancava che dicesse che l’ideale sarebbe stato un autoesilio di Berlusconi alle Bermuda o, meglio, una sua autoreclusione nelle patrie galere. Che più o meno è quello che chiederà in piazza il prossimo 5 dicembre, quando molto probabilmente sfilerà al «No Berlusconi Day», corteo dal dialogante sottotitolo «Spazziamoli via».

Una partecipazione - gli va riconosciuto - un po’ a malincuore: esserci per non lasciare il campo troppo libero a quei duri e puri dell’Idv che continuano a dissanguargli il partito? O non esserci per non aumentare a dismisura la visibilità di Di Pietro che la manifestazione l’ha organizzata? Bel dilemma.

Tornando alle condizioni poste per un’intesa con la maggioranza, lo scaltro Bersani sa che, specie sui temi della giustizia, è meglio apparire ben disposto alla discussione ma soltanto se quest’ultima è di facciata. Su un ideale tavolo di confronto non ci possono essere né l’anomalia dei processi lumaca, né la mancata responsabilizzazione dei magistrati, né il riconoscimento che qualche procura è politicizzata, né la riproposizione di un lodo Alfano seppur in salsa costituzionale (anche se piace all’Udc), né una riedizione di una sorta di immunità parlamentare. Niente di niente: il Cavaliere si faccia processare, anzi no, condannare. Poi, «si può avviare un confronto sulle riforme». Prima però il Cavaliere-Germania deve perdere l’Alsazia e la Lorena, lo Schleswig, la Posnania, la Prussia e la Slesia ma anche Danzica; deve rinunciare ad avere un esercito e pagare pure un mucchio di soldi a mo’ di riparazione. Il risultato, insomma, è un diktat difficilmente digeribile. «Condizioni esose e unilaterali», le ha subito definite Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati pdl.

Il problema è che Bersani sa bene che deve coprire meglio l’ala sinistra del proprio elettorato storico. È da lì che il partito subisce da tempo l’emorragia più vistosa: fiumi di voti dirottati sull’Italia dei valori lo hanno così persuaso che è necessario costruire al più presto una diga col cemento giustizialista. Ecco spiegata la tentazione di sciogliere le riserve e cavalcare la piazza al prossimo appuntamento del 5 dicembre. La giustificazione: «Osservo mutazioni evidenti in quel corteo, sia dal punto di vista dei promotori che delle parole d’ordine. Sembrava essere nata più per strattonare il Pd che Berlusconi».

Il sogno di Bersani infatti è questo: andare a gridare in piazza ma in un contesto in cui le bandiere di Di Pietro e di Ferrero non siano troppe. Ipotesi, questa, ben difficile. Perché il vero rischio per Bersani & C. è cadere nel trappolone del corteo: una manifestazione ben riuscita andrebbe a tutto vantaggio di Tonino. E non del Pd.