Bersani si tiene i soldi dei precari

Il segretario del Pd sale sui tetti, ma poi rifiuta di sovvenzionare i ricercatori con parte dei fondi destinati ai partiti

L’uomo dei tetti ha detto no. A Roma piove di brutto. Quando Marco Calgaro e Bruno Tabacci presentano un emendamento alla riforma universitaria per finanziare i contratti a tempo indeterminato dei ricercatori sono sicuri che Bersani e i suoi uomini voteranno sì. Il segretario Pd ha scalato il cielo di Valle Giulia. Ha offerto solidarietà ai cervelli precari. Nessuno si aspetta una mossa diversa. Invece Bersani si astiene (che è come bocciare la norma). Trenta dei suoi votano no. Il tesoriere dei Ds, Sposetti, fa fuoco e fiamme, bestemmiando contro il dilettantismo dei deputati rutelliani. Il Pd è di fatto spaccato. Cosa cavolo è successo? Semplice. Tabacci e Calgaro volevano prendere i soldi dell’università dalle casse dei partiti. Tagli al finanziamento pubblico e più soldi ai ricercatori. Ma il partito di Bersani è generoso solo a parole, quando si tratta di scucire denaro la mano si rattrappisce nella tasca. Un conto è salire gratis sul tetto e dire: ragazzi sono con voi. Altro è danneggiare gli interessi di bottega. Accontentatevi del sudore speso per salire sul tetto. Di più non si può fare.

Non si è mai vista un’opposizione più sconclusionata di questa. Il loro problema è che non credono a nulla di quello che fanno. La loro politica è solo uno strumento per far fuori Berlusconi. Tutto è mezzo, scorciatoia, furberia, mai una scelta politica consapevole, qualcosa in cui credere. Napolitano dovrebbe pensarci bene prima di affidare qualsiasi governo tecnico o di transizione a questa masnada di correnti in lotta perenne tra loro, pronti a parlare di senso delle istituzioni ma poi alla prova dei fatti corrotti da meschinità di basso rango.

La maggioranza sono mesi che naviga nella tempesta, ma in qualche modo resiste. Anche perché non c’è un’alternativa. Questo, per tutti gli anti berlusconiani, dovrebbe essere il momento di massima coesione. Invece non sono d’accordo su nulla. Sono divisi in rivoli e partitini. Non si fidano l’uno dell’altro. Vivono nel sospetto. I centristi sono delusi dall’ignavia della sinistra. Di Pietro pensa solo a se stesso. Il Pd pensa di abolire le primarie perché vive con terrore l’effetto Vendola. I finiani ballano sulla fiducia. Forse presenteranno una mozione insieme a Casini. Non si è capito se voteranno sì su quella del Pd. L’ipotesi più probabile è che almeno i moderati (Moffa, Consolo, Paglia e Polidori) si asterranno. Anche qui il partito è diviso. Le colombe sperano nella mediazione salva tutti con Gianni Letta. Dicono che Di Pietro guardi quello che sta accadendo nel Fli con un palese senso di schifo. Li chiama traccheggiatori. L’opposizione sembra un festival del tradimento. Fini ripudia il Cavaliere, Bersani scarica i ricercatori, Casini tiene aperto il doppio forno e Tonino gioca contro tutti. Nessuno immagina come questi qui possano governare senza scannarsi in un ipotetico post Berlusconi. Andare al voto, in caso di crisi conclamata, non è una scelta. Sta diventando l’unica opzione possibile.

Questo accade mentre la protesta anti Gelmini guarda il mondo dai tetti. Forse perfino i ricercatori avranno capito che di Bersani non è saggio fidarsi. Ma come ha detto un cinico parlamentare di sinistra: è una lotta tra precari. In fondo cosa c’è di più precario del Pd?