Bersani strappa, Letta cuce Ecco il doppio gioco del Pd

RomaA prima vista sembra la vecchia storia del poliziotto buono e quello cattivo.
Il segretario Pd Pierluigi Bersani alza barricate, detta condizioni, usa aggettivi pesanti (il processo breve? «Aberrante»), svicola sulle eventuali dimissioni del premier in caso di avviso di garanzia («Non faccio scenari del genere») e benedice la piazza del No-B day, annunciando che molti del Pd ci andranno. Il giorno dopo arriva il suo vice, Enrico Letta, e la musica cambia: si deve trovare un’intesa sulle riforme, compresa la giustizia che «è anch’essa materia da riformare». Niente «leggi ad personam», ma se Berlusconi propone «una riforma nell’interesse dei cittadini e non nel proprio si cambia un clima». Il Pd dice no alle «scorciatoie giudiziarie» che «troppe volte» la sinistra ha perseguito: Berlusconi va battuto con «la via maestra del confronto elettorale», e certo «non basta la sua uscita di scena per riportare noi al governo». Dunque il governo, come ha detto Napolitano, «va avanti finché ha i numeri», avvisi dei Pm o meno.
In verità la tattica good cop/bad cop ha motivazioni complesse come la psicologia di sinistra: intanto, un conto è parlare a Repubblica, come ha fatto Bersani domenica, tutt’altro conto parlare al Corriere, come Letta ieri. Repubblica la leggono gli elettori del Pd o in fuga dal Pd sul fronte oltranzista, e la possiedono quelli che danno (o puntano a dare) la linea al Pd, quindi vanno tenuti buoni entrambi, e la faccia feroce contro Berlusconi è obbligatoria. «Scorciatoie» di piazza comprese. Il Corriere invece lo leggono quelli che il Pd vorrebbe come suoi elettori e lo possiede un vasto condominio di pezzi di establishment e poteri più o meno forti con cui il Pd anela ad avere buoni rapporti, nella convinzione che da lì - più ancora che da Repubblica - si menerebbero le danze di un eventuale fase post-Cavaliere. E su quelle colonne la faccia feroce non va: meglio essere morbidi, un po’ bipartisan e dialoganti.
La seconda motivazione è che un conto è parlare da segretario del Pd di provenienza Ds; un altro è parlare da vicesegretario del Pd di provenienza Margherita. Detta da Bersani, la notazione che Berlusconi ha il diritto di difendersi «nel processo e dal processo», e di usare il legittimo impedimento per non andare in tribunale, avrebbe scatenato un’iradiddio. Detta da Letta, risulta più soft e fa agitare solo Di Pietro e qualche altro ex magistrato in forza nel Pd. L’ex Pm denuncia le «parole pericolose» di Letta, talmente «gravi» da «mettere a rischio l’alleanza col Pd». Il vicesegretario gli replica per le rime: «Essere contro quelle affermazioni vuol dire smentire i principi cardine dell’ordinamento giudiziario», visto che «qualunque imputato può usare gli strumenti della legislazione vigente per difendersi nel e dal processo». Gli dà manforte il neo responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando: si possono anche ritenere «inopportuni» gli strumenti di difesa di Berlusconi, ma ciò «non toglie a tali azioni legittimità». Lo dice rivolto a Di Pietro, ma indirettamente replica anche a quegli esponenti Pd (ex magistrati, guarda caso) che protestano, come Casson o D’Ambrosio. E si capisce che dietro le quinte pesa, e molto, l’atteggiamento prudente del Colle. Dal Pdl qualcuno vede «incrinarsi il muro del giustizialismo Pd», e Nicola Latorre denuncia «l’abuso politico» delle questioni giudiziarie, annuncia la «piena disponibilità» Pd a «decisioni anche impegnative» sulla giustizia, e senza porre «diktat» sul processo breve, sul quale però il Pd «non ci sta». E l’ex Ppi Merlo afferma: «Sulla giustizia il Pd ha il dovere di essere della partita: se non lo fa l’opposizione sarà inesorabilmente egemonizzata da Di Pietro».