Bertinotti agli alleati: «Caruso non si tocca»

In un’intervista a Radio radicale il segretario sbotta: il discorso sugli incidenti è chiuso, speculare ancora è uno scandalo morale

Roberto Scafuri

da Roma

Il problema non è Francesco Caruso. Così come non è per testardaggine, che Fausto Bertinotti avverte gli alleati: «Caruso non si tocca». Quelli che si metterebbero in gioco, sul giovane candidato beneventano leader dei Disobbedienti, sono piuttosto la linea politica e il lavoro di anni. La scommessa di governo di Rifondazione passa attraverso questo rapporto privilegiato con i movimenti sociali. Caruso, come Maurizio Zipponi per la Fiom, Heidi Giuliani per i ragazzi di Genova, Daniele Farina per il Leonkavallo eccetera, sono proprio quell’idea di «nuova rappresentanza politica» attorno al quale il capo rifondatore ha costruito la coraggiosa trasformazione del partito e il suo arrivo nella stanza dei bottoni.
«Questi candidati non hanno l’ambizione di rappresentare tutto il movimento perché i movimenti sono autonomi e non si rappresentano nelle istituzioni - spiega Bertinotti -, ma vivono nella società civile in autonomia. I nostri candidati dentro l’esperienza di movimento hanno costruito una cultura politica e la portano in lista, anche nella costruzione del progetto della sezione italiana della Sinistra europea». Per questo, aggiunge, la candidatura di Caruso «è un grande arricchimento» e l’attacco contro di lui «conseguenza di una cattiva cultura politica». La difesa è veemente: «Ha smentito l’intervista al Qn, ha espresso una posizione netta contro la violenza e quindi di che cosa lo si accusa? Di essere espressione del Sud ribelle e di movimenti democratici accusati di reati definiti inauditi da tutte le forze del diritto, come sono i reati d’opinione o l’azione di opposizione al governo?...». Criminalizzare Caruso, per il capo prc, è dunque «frutto di una cultura autoritaria». Legittimo invece che lui «chieda la liberazione e l’amnistia».
Non è la semplice giustificazione di un ragazzo, bensì la difesa dell’intero progetto politico, di quella scommessa rischiosa di cui si diceva, che pure ha messo Rifondazione su una graticola, a sinistra come a destra. Eppure, come dice in una battuta Dini, «queste frange è meglio che stiano dentro che fuori dal Parlamento». Eppure, come sostiene Bertinotti, queste energie possono e debbono trovare modo di esprimersi nella società come nella politica. L’arroccamento bertinottiano nasce da qui. Tramutandosi, in un’intervista ieri a Radio Radicale, persino in attimi di nervosismo, del quale il leader si è poi scusato. Di fronte all’insistenza giornalistica del bravo Alessio Falconio, Bertinotti a un certo punto è sbottato: «Il discorso sugli incidenti di Milano è chiuso. I nostri candidati si sono espressi contro le violenze stop. Discorso chiuso per chiunque non voglia fare speculazioni... La condanna della violenza c’è stata, ogni speculazione d’ora in avanti è uno scandalo morale. Non si può sfiorare Caruso su questo argomento, la questione è chiusa ed è stata chiusa da Caruso medesimo».
Insolito, lo scatto di Bertinotti, forse stanco di dover affrontare ancora una volta polemiche su un candidato. E se il presidente ds D’Alema in un’intervista ha buttato lì: «Io Caruso non l’avrei candidato...», il leader di Prc replica con durezza: «Si tratta di un’inopportuna e irritante ingerenza nelle scelte di un partito alleato». Bertinotti parla con passione del «fastidio provato in questi giorni di fronte a questo coro dell’offensiva non inedita delle destre che ha trovato qualche ascolto nell’Unione, come nella precipitosa dichiarazione di Livia Turco, che arrivava persino a chiedere la cancellazione di Caruso dalle liste...». Equivoco, aggiunge, «chiarito in una telefonata». Tutto sommato meno grave del «vasto programma di privatizzazioni, per il quale non troveremo in Bertinotti un ostacolo», lanciato da D’Alema nella stessa intervista a Repubblica. «In effetti l’ostacolo non lo troverà in Bertinotti - reagisce con ironia il capo rifondatore -, ma nel programma dell’Unione sottoscritto da tutti. È quello, che fa fede». Lì di privatizzazioni nel campo dell’energia e trasporti non c’è traccia, anzi si specifica che «la proprietà delle reti deve restare pubblica».