La Bertinotti d’America

C’è chi si chiede, inevitabilmente, quale tailleur sia oggi l’insegna della politica estera americana: quello dal taglio aggressivo di Condoleezza Rice o quello più morbido di Nancy Pelosi. C’è già chi va oltre: una caricatura della Washington Post raffigura Nancy in tutù di ballerina che sorvola Bush in un’acrobatica piroetta diplomatica. È certo che il presidente è furioso per l’ultimo pas de dance della presidente della Camera: quella visita a Damasco Bush proprio non la manda giù: la giudica avventurosa, fuori dai limiti del compito istituzionale di uno speaker, latrice di messaggi che confondono le idee a nemici e alleati e quasi quasi lavora a vantaggio dei terroristi. Sentimenti, cioè, ampiamente ricambiati: la Pelosi ha votato contro la guerra in Irak, si oppone preventivamente a ogni intervento militare in Iran, conduce la battaglia per impedire a Bush di inviare rinforzi a Bagdad e dintorni, guida la fazione più estrema del Partito democratico di opposizione. Ed è anche, finora, l’unico parlamentare americano di peso ad evocare apertamente la possibilità di avviare contro l’attuale inquilino della Casa Bianca un procedimento di impeachment, cioè di sfratto.
Tutte prese di posizione, queste ultime, che dovrebbero bastare a evitare a un italiano facili ma ingannevoli paragoni con chi da noi ricopre la carica analoga a quella della Pelosi. «Fausto» è più o meno l’equivalente italiano di «Nancy». Ha, come lei, un orientamento politico ben preciso e di solito non lo nasconde, almeno nelle occasioni in cui lo ritiene lecito, ma non ha mai lanciato piani di una politica estera alternativa o addirittura contraria a quella gestita da Romano Prodi e da Massimo D’Alema. Secondo ogni indicazione non vuole, ma se anche volesse non potrebbe.
Anche la Pelosi, secondo Bush, non può; ma, siccome un divieto non c’è scritto da nessuna parte, vuole e dunque lo fa. Non si comporta, dicono, da statista e certamente ancor meno da personalità «al di sopra delle parti», ma la Costituzione americana non lo richiede e, per quanto siano rari, di precedenti ce ne sono. Dunque lei può tormentare Bush ma non abbatterlo, così come Bush può maltrattarla ma non «licenziarla». Questi sono gli usi, che comprendono la facoltà di commettere abusi. Ma al di là delle labili barriere costituzionali e della stessa contrapposizione fra i partiti e, in questo caso, le ideologie, l’incompatibilità fra Bush e la Pelosi è scritta nel dna. Non tanto nel loro quanto in quello di chi li elegge.
Il primo è eletto a Houston ma ama vivere in un ranch distante, vicino soltanto a un piccolo centro, Waco, noto finora per avere più chiese che bar e per avere ospitato il Ranch dell’Apocalisse, sede di una setta sterminata fra le fiamme del suicidio e dell’assalto delle forze dell’ordine. Nancy Pelosi è eletta a San Francisco. Non in uno dei collegi elettorali che si spartiscono la città, ma proprio in quello che ne costituisce il centro e comprende tutte le cose che uno va a vedere a San Francisco o di cui si parla a proposito di San Francisco: il Golden Gate e la più forte comunità omosessuale d’America, il municipio dove i gay si sposano in abito bianco, il comitato di difesa dei diritti dei fumatori di marijuana, il minor numero di famiglie di ogni città americana, la minore frequenza religiosa e una filiale della Chiesa di Satana.
Una città ricca, squilibrata economicamente, colta e orgogliosa di essere eccentrica. Una città americana abitata prevalentemente da cinesi, con una fiorente comunità ebraica, un passato di dominio finanziario italiano. Multicolore in tutto tranne che nell’affiliazione politica. Nelle ultime elezioni comunali il Partito repubblicano non ha neppure presentato un candidato e la partita si è giocata fra democratici e verdi. Gli elettori di San Francisco si dividono in sostanza fra quelli di sinistra, quelli più a sinistra e quelli di estrema sinistra.
Nancy Pelosi non è nata a San Francisco: ci è arrivata da Baltimora, laboriosa città industriale in decadenza vicino a Washington di cui suo padre, Thomas D’Alessandro, è stato per dodici anni sindaco, prima di cedere la poltrona a suo fratello. A San Francisco Nancy si è trasferita per sposare Paul Pelosi, lui sì un indigeno, da cui ha avuto cinque figli, succeduti da sei nipotini. Li ha tirati su e si è messa in politica quando erano grandicelli, ma poi ha bruciato le tappe. Questo perché ha saputo imbeversi dell’atmosfera, dei gusti, dei tic, delle passioni di una città che assomiglia così poco al resto d’America. Anche, o forse soprattutto, nella sua visione del mondo. San Francisco fu la «capitale morale» dell’opposizione alla guerra in Vietnam. Quanto all’Irak, basta un episodio. All’indomani del famoso scontro diplomatico all’Onu fra gli Stati Uniti e la Francia il ristorante del Congresso di Washington reagì togliendo dal menu le patatine alla francese. Il sindaco di San Francisco si recò in visita al consolato di Francia per manifestare la propria solidarietà: a Chirac, non a Bush.
Alberto Pasolini Zanelli