Bertinotti a due volti: va alla parata sul palco poi fa l’antimilitarista

Luca Telese

da Roma

Dunque ci è andato. Fausto Bertinotti ha partecipato alla parata malgrado le invettive di molti suoi compagni di partito, e malgrado le critiche del simpatico miracolato Francesco Caruso, che solo grazie a lui ha ottenuto un posto in Parlamento con Rifondazione, ma che ieri ripeteva: «Ritengo doveroso boicottare una festa della Repubblica strumentalizzata in chiave militarista». E aggiungeva: «Al posto di Fausto avrei disobbedito».
Invece Bertinotti ha sfilato, certo. Ma a ben vedere lo ha fatto ritagliandosi un piccolo spazio di «disobbedienza» sostenibile, lo ha fatto con la spillina dell’arcobaleno pacista appuntata sul bavero, un spilla esibita come una sorta di monile scaramantico, l’aglio scacciavampiri. Ha sfilato e ha detto: «La mia presenza qui riguarda le istituzioni e il modo in cui sono presente riguarda la mia persona, che è quella legata alla storia della pace». Ed ha aggiunto: «Sono qui perché sono il presidente della Camera, che è un'istituzione che deve essere rappresentata in occasione del sessantesimo anniversario della Repubblica, quale che sia la forma scelta». Ha sfilato come uno che si immerge in apnea, ma che comunque non vuole farsi contaminare da quel che lo circonda: «Naturalmente - ha spiegato ancora il presidente della Camera - se dovessi scegliere personalmente deciderei secondo i colori che porto, cioè i colori della pace».
Insomma, ieri erano almeno in due: il presidente comunista-pacifista e il presidente-istituzione, il volere e il dovere che si sfidavano sulla passerella dei Fori imperiali, il leader di un partito che nelle stesse ore organizzava una contromanifestazione, il cavallo di Troia che si introduceva in un campo «nemico», (quello del grigioverde e delle divise) sicuro di essere portatore di una differenza ideologica e financo cromatica. Ieri Fausto Bertinotti provava a spiegarlo così: «Le armi dell'esercito in un periodo di pace possono essere riconosciute e rispettate anche senza diventare l'occasione di una esibizione proprio nella giornata del 2 giugno».
C’è però in questa riedizione vagamente carnevalesca del partito di lotta e di governo qualcosa di più della dialettica dei rivoluzionari che devono calarsi nella ragion di stato. Persino il guerrigliero indomito Ernesto Che Guevara si dimostrò più pragmatico di lui. Resta memorabile la sua collocazione al governo, quando (secondo la leggenda) Fidel Castro chiese ai suoi barbudos se fra di loro ci fosse un «economista», e lui avendo capito «comunista» alzò la mano e venne spedito al ministero dell’Economia. Persino l’intransigente «Che» non ebbe timori di firmare le banconote, di mettere il suo sigillo sul denaro che pure voleva cancellare dalla storia. Il presidente di protesta & di parata, invece, non volendo scegliere fra il corteo e l’anticorteo (sarebbe stata legittima anche non la partecipazione alla sfilata) ha cercato grazie alla sua arma più antica e sofisticata - il look - di fondere in un un tutt’uno la tesi e l’antitesi. Pochi giorni fa Bertinotti ha detto di sé, «Sono Narciso, ma non vanitoso», e anche ieri ha dato un saggio di questa capacità sofistica: antimilitarista ma istituzionale, pacifista ma amico degli Stati maggiori. E dire che persino l’inossidabile Sandro Curzi, uno di vecchia e nobile scuola - gli aveva trovato un alibi di ferro: «Fausto fa bene ad andare alla parata, perché rende onore a tutti coloro che hanno combattuto la guerra al nazifascismo». Ma Curzi viene da una cultura comunista diversa da quella del «subcomandante Fausto», che non aveva mai posto l’antimilitarismo al centro del suo Dna (anzi) mentre il Bertinotti del terzo millennio aveva spiegato al congresso di Venezia, (quello che aveva messo a punto l’identikit della nuova Rifondazione) che i valori assoluti erano la «pace» e la «nonviolenza».
Ecco perché, alla luce di tutto questo, è straordinario ripercorrere il dettaglio della cronaca dell’agenzia Adn Kronos, che ha fatto una sorta di moviolone della parata bertinottiana, studiando minuto per minuto le sue reazioni al passaggio delle truppe. L’Adn, per esempio, ha notato una insistente irrequietezza nel presidente della Camera. «Irrequietezza che Bertinotti manifesta passandosi spesso una mano sul viso, stropicciandosi gli occhi (subito prima del passaggio della fanfara dei Bersaglieri), accavallando le gambe ogni volta che è obbligato dal protocollo a risedersi tra il passaggio di un reparto e l'altro, allacciandosi le mani dietro la schiena (piuttosto che tenendole distese ai fianchi o compostamente allacciate davanti) ogni volta che deve rialzarsi; muovendosi da un piede all'altro, e anche volgendosi a destra e a sinistra più delle altre figure istituzionali».
Letta così, la giornata del presidente della Camera sembra quasi una via Crucis, e mai Nilde Iotti e nemmeno l’ultra pacifista Pietro Ingrao (entrambi comunisti «doc») avevano ritenuto mostrare tanta sofferenza rispetto alle armi italiane. Ieri a soffrire, in un solo uomo, erano almeno in tre: l’ex segretario di Rifondazione, il leader no global, e la terza autorità dello Stato. La domanda è: come si sentiranno, tutti e tre, quando fra pochi giorni a Montecitorio si dovrà votare per il rifinanziamento della missione in Afghanistan?