Bertinotti: e adesso un ex Pci al Quirinale

«Finora sul Colle sono state rappresentate tutte le culture, tranne quella comunista»

da Roma

Pare che abbia dormito sonni tranquilli, per nulla popolati da fantasmi, vendette o ritorsioni. La notte dopo la battaglia di Montecitorio sembra aver evocato, in Fausto Bertinotti, semmai un calor popular alla sudamericana. Forse reminiscenze di sentimento de pueblo di Salvador Allende, primo leader socialista in quella terra-laboratorio che negli ultimi anni è tornata a essere terra d’elezione della moderna sinistra. Non è un mistero che il movimento new global abbia preso corpo e testa negli incontri brasiliani di Porto Alegre, o che, da Lula a Chavez, da Evo Morales a Leo Kirchner alla Michelle Bachelet, in America latina si stia misurando l’intera gamma della sperimentazione di nuove formule di sinistra. Dunque non sogni, ma realtà, quelle cui s’ispira Fausto Bertinotti il giorno dopo. «L’Unione - dice - dovrà essere il ponte tra il governo e il popolo, si dovrà favorire la costituente di un popolo. L’ispirazione riformatrice dell’Unione dovrà favorire l’individuazione di una nuova fisionomia di società da trasmettere al Paese». E dagli esempi, pur contraddittori, di Lula in Brasile e Chavez in Venezuela si dovrà prendere senz’altro «la capacità di suscitare energia, l’idea della rinascita, della ricostruzione di un popolo...».
È finita «l’era berlusconiana», è il pensiero di Bertinotti. E ora bisogna partire con la «realizzazione coerente» del programma «senza alzare bandiere di partito», perché al Prc interessa «realizzare la riforma per il Paese». Con una ricetta tradotta in sintesi: «Autosufficienza del governo, ma costruzione nel Paese di una base sociale più ampia». Le sorti del Prc, dirà ai delegati del Comitato politico nazionale, «sono legate a quelle dell’Unione da un legame reciproco: non possiamo sbagliare, né sovrapporre i desiderata alla realtà». Una prova cruciale per il partito, che si pone come intermediario privilegiato tra la società e il governo. Il nemico numero uno resta la grosse koalition voluta dai «centri di potere», che ha però «la sua debolezza nel fatto che, ovunque in Europa siano state adottate, queste politiche liberiste abbiano fallito».
Ma se questa è la cornice di fondo, resta poi il quadro di giornata. C’è da ricucire con qualche alleato abituato al «tutto e subito», da mettere qualche puntino «sulle i» delle ricostruzioni dei giornali, da organizzare il domani del partito. L’arrivo al Cpn, poco dopo le 9 di mattina, sembra fatto apposta per una passerella. Ma lo stile di gioia contenuta, in qualche modo già «pre-istituzionale», di Fausto pare essersi ormai trasferita agli uomini dell’apparato. L’applauso sarebbe fuori luogo, ma tutti fremono di soddisfazione, tutti lo toccano, saluti baci sorrisi, pacche sulle spalle. Fausto è candidato unico alla presidenza della Camera, il partito si prende la sua vittoria. Chi ha creduto nella sua scommessa di lotta e di governo, la stragrande maggioranza di questo Cpn, riscuote la posta. Gli altri, le sparute talvolta simpatiche minoranze alla Ferrando, sono disarmate. All’esterno fioccano messaggi di pace: «Non c’è alcuna avversione o polemica con i Ds, cui riconosco un ruolo fondamentale - spiega Bertinotti -, sono un grande partito, impegnato nella costruzione del Partito democratico. Ma anche per questo ho apprezzato D’Alema perché il riformismo non è un monolite e bisogna mettere in rilievo l’esigenza di investire nel pluralismo dell’Unione». Prc si impegna così a «dialogare con i riformisti», e se pure cercherà di «mantenere la propria autonomia», lo farà mettendosi «alla prova nel governo», perché «noi sosteniamo e sosterremo per cinque anni il governo dell’Unione». Anche per questo, chiarisce il leader rifondatore «un ricatto da parte del Prc sull’appoggio esterno non c’è mai stato». «Non c’è un asse tra Prodi e me», smorza ancora i toni, riconoscendo però al Professore il ruolo avuto durante la trattativa per Montecitorio e ribadendo che la coalizione si poggia su «due gambe: noi e l’area riformista». Indica persino in «un ex del Pci» il candidato ideale per il Quirinale, perché tutte le culture politiche sono state sinora rappresentate, tranne quella. Per i ministri, Bertinotti spiega che offrirà a Prodi una rosa dalla quale scegliere, e si parla sempre della Giustizia per Giuliano Pisapia e magari un neoministero della Programmazione economica per Alfonso Gianni. Infine, il riconoscimento al lavoro di Franco Giordano, designato «candidato naturale» alla segreteria di Prc se l’elezione alla Camera andrà in porto. Capogruppi sarebbero così Gennaro Migliore (o Paolo Ferrero, che pare però destinato a un vice-ministero economico) alla Camera e Giovanni Russo Spena al Senato.