Bertinotti e i falegnami uccisi dalla sinistra

L'ex leader comunista incolpa la Gelmini. Ma fu la cultura del '68 a far scomparire gli artigiani

Roma I giovani non vogliono più fare il perito elettrotecnico, il meccanico o il falegname? La colpa è del sistema «che ha svalutato il lavoro materiale a favore di quello immateriale». Serafico, Fausto Bertinotti, sulle pagine di Oggi esprime la propria opinione su uno degli argomenti di attualità più delicati.

«La scuola ha penalizzato la formazione professionale “alta” perché lo studio tecnico è ormai considerato di serie B», chiosa aggiungendo che «gli istituti tecnici sono relegati nelle periferie mentre negli anni ’60 dagli istituti tecnici uscivano i Nobel». Il problema, dunque, non è il ministro dell’Economia Tremonti che pure l’ex leader di Rifondazione non vede di buon occhio e nemmeno il ministro del Lavoro Sacconi cui non ha mai risparmiato stilettate (anche nell’intervista al settimanale definisce la legge Biagi «sbagliata»), ma il ministro dell’Istruzione Gelmini che dovrebbe essere «licenziata».

Poi entra nel vivo. «Se l’apprendistato fosse un momento di formazione, una retribuzione differenziata sarebbe accettabile», sottolinea. «Ma se viene utilizzato come un contratto a termine a chi interessa andare a fare l’artigiano?», si interroga sardonico.
Eppure, involontariamente, il padre spirituale di Nichi Vendola ha toccato tutte le situazioni critiche determinate da una certa sinistra che hanno contribuito a creare la situazione attuale: un Paese dove la disoccupazione giovanile (da 15 a 24 anni) è al 28,6% come certificato l’altroieri dall’Istat. È stata sicuramente la cultura di sinistra post-sessantottina a privilegiare «la grande rivoluzione tecnico-scientifica che avrebbe messo fine alla fatica del lavoro svalutando i lavori manuali».

La razionalizzazione dell’istruzione secondaria e universitaria decisa dal ministro Gelmini rappresenta, invece, un’inversione di tendenza rispetto a una formazione che ha fin qui privilegiato l’aspetto teorico a quello pratico.
È stato il sindacalismo di sinistra a insistere sui «lavori usuranti» e, soprattutto, per il «tempo indeterminato» imponendo ai suoi referenti politici (Pd e sinistra radicale) un orientamento penalizzante. Soprattutto nei confronti dei contratti di lavoro a tempo determinato che, gravati da costi non competitivi e da impedimenti burocratici che fanno «impazzire» le aziende, finiscono per essere poco graditi ai lavoratori stessi. L’avversione ideologica si è trasferita sul piano culturale a tal punto che operai, precari e figure professionali poco tutelate finiscono col prediligere le formazioni di centrodestra nel segreto dell’urna.

Anche perché l’artigiano, che nelle statistiche spesso figura come un lavoratore autonomo, viene buttato nel tritacarne della propaganda anti-evasione e dipinto come un nemico dei lavoratori.
L’analisi di Bertinotti è viziata dal pregiudizio, ma allude a un dato di fatto incontestabile. Gli apprendisti sono pochi: nel 2010 erano solo 201mila in tutta Italia. Un chiaro segnale che nel contratto di apprendistato qualcosa non funziona. Ed è per questo che la riforma è al primo posto nell’agenda del ministro Sacconi che intende restituire dignità a questa formula che ha consentito in passato a tanti giovani di inserirsi nel mondo del lavoro.
L’obiettivo è superare gli ostacoli che ne frenano l’utilizzo (obblighi formativi, certificazioni e tutoring) ed estenderlo, come più volte ha dichiarato il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, anche ad altri settori professionali.

Non c’è da meravigliarsi se è difficile trovare un falegname. Se San Giuseppe e Gesù fossero vissuti nell’Italia attuale, anche il figlio di Dio avrebbe avuto gravi problemi a inserirsi nell’attività paterna.