Bertinotti e l’insidia del voto segreto

Paolo Armaroli

Come Totò, Marco Pannella si è buttato a sinistra. Tenendo la Rosa nel pugno, per l’Unione si sta rivelando una spina nel fianco. Novello Bartali, continua a dire che è tutto sbagliato e tutto da rifare. E anche a proposito dell’elezione del presidente della Repubblica, da quel Bastian contrario che è, ha parecchio da ridire. Piaccia o no, ha le carte perfettamente in regola. Dal lontano 1978, prima che Sandro Pertini fosse eletto al Quirinale, pone infatti come un disco rotto due questioni degne della più attenta considerazione.
La prima è quella delle candidature ufficiali. Da sempre hanno prevalso gli arcana imperii, che con la democrazia c’entrano come il cavolo a merenda. Immancabilmente si è registrato tutto un pissi pissi bau bau. I giochi sono stati in ogni occasione appannaggio di ristretti vertici, vere e proprie oligarchie, che di continuo hanno fatto e disfatto come meglio credevano. E anche adesso la solfa si ripete. Candidatura unica o rose di nomi da proporre alla controparte? Ora sembra prevalere un corno del dilemma, ora l’altro. Nel centrosinistra si naviga a vista e, a quanto pare, il caos regna sovrano. Candidature ufficiali? No, sì, forse. E ogni decisione adottata probabilmente dovrà essere rivista dopo le prime votazioni. A meno che tra i due poli contrapposti non scoppi un’improbabile pace. Ossia, un ragionevole compromesso.
L’altra questione sollevata a suo tempo da Pannella è stata quella delle cabine atte a preservare la segretezza del voto prescritta dalla Costituzione e con disinvoltura disattesa. Solo nel 1992, per lodevole iniziativa dell’allora presidente della Camera Scalfaro, nell’aula di Montecitorio fecero per la prima volta la loro comparsa cabine dove ogni Grande Elettore al riparo da sguardi indiscreti poté finalmente esprimere la propria preferenza. Ma in precedenza le cose sovente andarono storto. Nella elezione presidenziale del 1962, alla nona votazione, il senatore Cemmi consegnò una scheda a un collega di gruppo. E il presidente Leone annullò la votazione. Nella elezione presidenziale del 1971, alla terza e alla ventiduesima votazione, taluni parlamentari si recarono verso l’urna tenendo ostentatamente la scheda aperta. E il presidente Pertini deplorò l’accaduto.
Adesso che le cabine sono allestite in aula, la segretezza del voto può ancora essere bellamente violata. Ne abbiamo avuto una non edificante prova in occasione delle recenti votazioni per l’elezione del presidente del Senato. Allo scopo di controllare i vari gruppi parlamentari, entrambi gli schieramenti hanno imposto di scrivere il nome dei candidati in tanti modi diversi. Ora veniva fuori Franco Marini, ora Marini Franco, ora on. Franco Marini, ora senatore Marini Franco e così via. E la stessa cosa è avvenuta anche per Andreotti. Non abbiamo alcun titolo per suggerire a Fausto Bertinotti alcunché. Ma al suo posto ammoniremmo i parlamentari prima dell’inizio delle votazioni che dichiarerà valide solo le schede contenenti unicamente il nome e il cognome dei candidati. Senza ulteriori specificazioni. Si obietterà che così i franchi tiratori faranno il bello e il cattivo tempo a dispetto delle caporalesche direttive di partito. Ma, dopo tutto, i rappresentanti del popolo non sono soldatini di piombo. Come recita la Costituzione, rappresentano la Nazione ed esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato.
In passato poi si è fatto uso e abuso dell’astensione dal voto. Un comportamento doppiamente censurabile. Primo, perché così ci si sottrae a un dovere costituzionale. Secondo, perché anche in tal guisa si viola la segretezza del voto. D’altra parte non manca un'alternativa ineccepibile: il deposito nell’urna della scheda bianca. Per dirla con Padre Dante, presidente Bertinotti, qui si parrà la tua nobilitate.
paoloarmaroli@tin.it