Bertinotti eletto alla Camera: «Dedico la vittoria agli operai»

Roberto Scafuri

da Roma

L’ennesimo «in bocca al lupo», l’ennesimo «tutto bene, sono tranquillo» davanti all’ascensore. Un commesso accompagna Fausto Bertinotti alla sala della Biblioteca di Montecitorio, dove troverà la moglie Lella, i due nipotini Davide e Lisa (la terza, Anita, è a casa influenzata), il fidato portavoce Fabio Rosati, il fidato amico ormai di una vita politica, Franco Giordano. Manca poco alle undici. Lella scende in tribuna, Fausto esce per un attimo. Il televisore a circuito chiuso intanto si dichiara fuori linea, persino pericolosamente revisionista. «D’Alema, D’Alema, D’Alema...», rilancia inquietante. Giordano si pietrifica e meccanicamente segue il conteggio. Bertinotti rientra. «Crescono per D’Alema?...», osserva in ostentato stile old british. Il portavoce schizza dalla sedia preso dalle tarantole. «Ti vedo preoccupato», infierisce sir Faust.
Si scarica la tensione. Bertinotti rifinisce qualche passaggio del discorso. I «D’Alema» si diradano. «A che punto dello spoglio siamo?», chiede Bertinotti. «Non si può dire», taglia corto Giordano, che teme di perdere il conto. Un funzionario del Cerimoniale chiama il banco di presidenza. Notizie confortanti. «Ce la facciamo, ce la facciamo». I «D’Alema» si fermano a quota cento, illusione ottica dei deputati della Cdl più una cinquina di dalemiani irriducibili. Alla 305ª scheda l’applauso, i voti alla fine saranno 337. Gli occhi di Fausto luccicano quasi come quelli di Giordano e Rosati. Vortice d’abbracci, baci. «Un momento d’intensità eccezionale», rievocherà un Giordano già a letto alle otto e mezzo, per smaltire.
Quello che scende in aula è già il Bertinotti presidente della Camera. Una presidenza dedicata «alle operaie e agli operai». Il commesso lo aiuta a rintracciare i famigliari in tribuna. Parlerà a braccio, seguendo gli appunti, «per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e di dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento». Richiama «alla pari dignità politica di ognuna e ognuno». Ringrazia e saluta il presidente Carlo «Aurelio» Ciampi. Lapsus d’emozione con un singolare precedente di Giordano in tv poche sere fa. Saluta il predecessore Casini. Insiste sulla «forte valorizzazione del ruolo del Parlamento», necessaria a fronteggiare il «distacco del Paese reale dalle istituzioni». Si rivolge a tutti i corpi e le amministrazioni dello Stato, in primis i dipendenti pubblici, dei quali «va valorizzata l’autonomia».
Bertinotti indica una «nuova frontiera di giustizia sociale e di sicurezza». Parla del futuro e agli insegnanti «patrimonio del Paese», quelli con i quali lavorare per «sconfiggere la peggiore delle selezioni di classe... l’esclusione». Si richiama all’insegnamento di don Lorenzo Milani, suscitando un quasi corale applauso dell’aula. Si dichiara «uomo di parte», ma rispettoso della diversità. Esalta le proprie radici, come la laicità, sia pure da «rielaborare». La data compresa tra 25 aprile e primo maggio gli offre il destro per sottolineare come il mondo del lavoro abbia subito una «svalutazione sociale, alla fine della quale è spuntata drammaticamente la precarietà come il male più terribile del nostro tempo». E quindi la Resistenza, Marzabotto, Piero Calamandrei. Una citazione che non piace alla Cdl: «Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione, lì c’è l’origine della nostra Repubblica». Il tentativo è quello di stabilire un ponte tra l’indecifrabile mondo attuale e le radici della Repubblica. L’applauso finale di tutta l’Unione, in piedi, viene seguito dopo qualche titubanza anche dall’Udc e da qualche centrista.
Bertinotti si attarda in aula a salutare e ringraziare, uno per uno, i deputati del centrosinistra. Quindi l’abbraccio con la moglie e i nipotini prima di un brindisi «tra milanisti» con Berlusconi, la corsa al Quirinale da Ciampi, l’accoglienza delle salme dei militari di Nassirya a Ciampino. C’è appena il tempo per una cotoletta alla milanese con moglie e nipotini nell’appartamento di Montecitorio, dove i Bertinotti non si trasferiranno nonostante la nipotina Lisa abbia già preso confidenza con i vasti saloni e si rammarichi di dover tornare a casa. «Nonno, ci possiamo giocare in questa casa? Anche con la cerbottana?», chiede la piccina. Mentre Davide, già compreso nel ruolo, a tavola chiede lumi sul discorso: «Nonno, che cos’erano poi, le istituzioni?».