Bertinotti in gita a nostre spese

«Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo?» chiese Gesù nel discorso della Montagna dopo una invettiva contro i Farisei. La stessa domanda potrebbero rivolgerla gli italiani al presidente della Camera Fausto Bertinotti, che dopo avere promesso importanti iniziative contro i costi della politica sta spendendo centinaia di migliaia di euro del contribuente per un viaggio di ben dieci giorni nei Paesi del Sudamerica governati dai suoi sodali della sinistra chaveziana e antiamericana (Bolivia, Perù - unica eccezione alla regola - Ecuador e Venezuela), di cui, anche con le migliori intenzioni, è difficile vedere l'utilità per l'Italia. Per giunta, il leader di Rifondazione è recidivo, perché ha già compiuto una spedizione simile in America latina lo scorso anno. Lo scopo ufficiale è, naturalmente, di rafforzare i rapporti istituzionali con quelle lontane nazioni, a cui, in un Paese normale, dovrebbe provvedere il ministero degli Esteri, o al massimo il presidente della Repubblica. Ma vista la scelta delle destinazioni è più che legittimo sospettare che Bertinotti stia invece usando i soldi degli italiani per i suoi personali scopi politici, cioè per consolidare i rapporti con governi che, come lui, sono orgogliosi dei loro legami con la Cuba dei Castro, puntano a un improbabile revival latinoamericano del socialismo reale e considerano gli Stati Uniti una bieca potenza imperialista. Anche se Bertinotti - secondo un discutibile costume di tutti i nostri politici - si è portato un gruppetto di giornalisti al seguito, non sapremo mai esattamente che cosa si è detto e che cosa si dirà con i signori Morales, Correa e Chavez, ma possiamo essere certi che il risultato delle loro conversazioni, anche prescindendo dalle probabili prese di posizione non conformi con la politica estera italiana, non vale certo la spesa.
Quanto questa missione di quasi due settimane costi in soldoni, non è facile stabilirlo, ma i lettori possono fare i loro conti: il subcomandante Fausto viaggia con il più grande degli aerei della flotta di Stato - un Airbus, che naturalmente rimane fermo durante le varie tappe e le escursioni turistiche della comitiva, compiute con altri aerei più piccoli - e ha al seguito cinque persone del suo staff e venti tra giornalisti e operatori della televisione (che peraltro dovrebbero versare un contributo per il viaggio, non si sa sulla base di quali tariffe). Per il resto, almeno per quanto siamo riusciti ad appurare, l'aereo viaggia vuoto.
Bertinotti avrà buon gioco a rispondere che anche i suoi predecessori a Montecitorio, per ultimi Violante e Casini, facevano viaggi all'estero a spese dello Stato e che anche nel loro caso queste spedizioni erano talvolta ispirate da preferenze partitiche. Ma tutto ciò, per quanto già allora discutibile, avveniva prima dell'unanime sdegno per gli eccessivi costi della politica, prima che - finalmente - si cominciasse a fare le pulci anche ai conti del Parlamento. Una delle voci su cui sarebbe possibile risparmiare fior di quattrini sono proprio queste missioni, specie quando non si inquadrano minimamente - come quella di Bertinotti - in un'azione politica a favore del sistema Italia. Se avesse tenuto conto del nuovo clima che c'è nel Paese, il leader di Rifondazione comunista avrebbe cancellato il viaggio e ne avrebbe dato pubblico annuncio, riscuotendo il consenso di tutti. Invece, ha preferito predicare bene e razzolare male, usare ancora una volta i privilegi finalmente acquisiti, alla faccia di Napoli che brucia e dei suoi elettori che non arrivano alla fine del mese. Avrebbe potuto essere di buon esempio per tutti gli altri, rischia invece di diventare un simbolo della indifferenza della classe politica ai sentimenti della gente.
Livio Caputo