Bertinotti: Grillo? Colpa del precariato

Secondo il presidente della Camera, il comico "riempie i vuoti della politica". Di Pietro, che era in piazza a Bologna, replica: risposta inadeguata

Roma - Due giorni dopo il «V-Day», la gragnuola di «vaffa» rimbomba ancora nelle orecchie, e fa venire il mal di testa a molti nell’Unione. Perché sarà vero che Beppe Grillo è qualunquista, e andrà preso sul serio se, in un’intervista su «La Stampa» di ieri, fa di tutto per prendere le distanze dalla sinistra. Ma il comico è pur sempre quello che, sul suo blog, si scaglia senza tregua contro la «precarietà», e porta avanti battaglie ecologiste. Il suo popolo, insomma, è in larga misura il nostro popolo, pensano nella maggioranza, e bisogna recuperarlo. Opinione, del resto, espressa anche dal sondaggista Roberto Weber, presidente di Swg, su l’Unità. Così, mente tra le più attente del centrosinistra, Fausto Bertinotti ricorda che «in politica i vuoti si riempiono. Certo, non sempre i materiali che riempiono il vuoto sono eccellenti, ma non possiamo prendercela con chi li riempie». Il problema è «la condizione di crisi sociale del Paese e dell’Europa», dice il presidente della Camera. Crisi che nel pensiero di Bertinotti è figlia soprattutto della flessibilità: «Se il lavoro nella società contemporanea viene degradato e la politica non dà risposte su di essa cadono fattori di complemento della crisi stessa». Intanto, Grillo continua a mietere consensi tra le file della sinistra meno «istituzionale».

Certamente non stupisce che il «Masaniello» rifondarolo Francesco Caruso, autosospesosi dal partito dopo aver dato degli «assassini» a Marco Biagi e Tiziano Treu, proponga ora «un raduno pacifico fuori Montecitorio e palazzo Chigi, dove l’unica forma di violenza sarà lo sberleffo», in modo che il «V-Day» non «resti una fiammata risucchiata dal teatrino politichese». E il carisma del guru della blogosfera fa riapparire anche Andrea Rivera, il comico assurto agli onori della cronaca lo scorso primo maggio, quando dal palco del «Concertone» se la prese con la Chiesa per aver negato i funerali a Piergiorgio Welby. A sentire Rivera, Grillo ha «fatto una cosa grande, basta che non cada tutto nel qualunquismo». Per la verità, nel centrosinistra c’è anche chi a Grillo non le manda a dire. Come il segretario dello Sdi Enrico Boselli, che dal comico pretende le scuse per il suo attacco di sabato, con fischi della folla annessi, alla legge Biagi. O come il capogruppo Udeur a Montecitorio Mauro Fabris, che non ne può più delle bordate al ministro della Giustizia Clemente Mastella, uno dei bersagli preferiti di Grillo, per l’indulto. Dall’altra parte c’è il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, naturalmente entusiasta della proposta di legge grilliana per estromettere i condannati dal Parlamento, che proprio su questo tema chiede a Bertinotti di passare dalle parole ai fatti. Ma la reazione prevalente, da Giordano a Letta, da Fassino a Bindi, rimane quella del «no agli eccessi, ma ascoltiamo la piazza». Forse perché l’Italia una stagione di antipolitica l’ha già vissuta. Erano gli anni di Tangentopoli, biennio ’92-94, da cui peraltro la sinistra uscì immune. Solo che poi, a palazzo Chigi andò qualcun altro.