Bertinotti ha già vinto la sfida nell’Unione

Roberto Scafuri

da Roma

In attesa che si concretizzi la «grande vittoria» dell’Unione e «un po’ di felicità» promessa da Prodi, al quartier generale di Rifondazione comunista ci si contenta di quel che c’è. «Abbiamo vinto un po’», sbotta la gioia di una delle funzionarie dello staff. Ed è vero: nella doccia scozzese dei dati che una platea eterogenea subisce al terzo piano di via del Policlinico, ci si rifugia volentieri nel bicchiere mezzo pieno, il bicchiere di Rifondazione, per tirar fuori un sorriso. Mezzo, forse soltanto «un po’ di sorriso», ma basta. Il segretario Fausto Bertinotti fa capolino di tanto in tanto dal suo ufficio, nel quale alterna alacremente lo studio dei dati delle agenzie a quelli che riceve viva vox dai collaboratori. Gli uomini di Prc sul territorio riferiscono di successi rilevanti in molte aree: nel Lazio si è superata la Margherita, nella Val di Susa Rifondazione è il primo partito, persino nel Veneto si è raggiunta la soglia, finora impensabile, del 5 per cento.
Man mano, il volto del segretario si fa sempre più sereno. Le sortite nell’adiacente sala dove sono ammassati quadri del partito e compagni amici diventano sempre più frequenti. Sarebbe necessario sapere se l’Unione ce l’abbia finalmente fatta, ma la televisione è scatola muta e avara, i responsi sono lenti e accrescono la confusione. Come si farà a governare? Con un sostanziale pareggio, riprenderanno spazio manovre centriste? «Tutt’altro - spiega il segretario -, perché è evidente l’arretramento di tutte le forze centriste e moderate. Mentre noi avanziamo ovunque. Però è vero che con due maggioranze diverse nelle due Camere ci sarebbe un problema politico così grave da rischiare di portare il Paese a nuove elezioni».
Per Rifondazione al Senato va molto meglio che alla Camera, e sono in tanti a chiedersi il perché. «Comunque li abbiamo sterminati», dice la gioia contenuta dei rifondatori, ed è chiaro che ci si sta riferendo alla competizione interna nel centrosinistra. La diga costituita dalla Quercia ha ceduto, e la Margherita non è riuscita a intercettare voti del centrodestra. Il segretario si concede finalmente alle telecamere poco prima delle 20, per dire che «in ogni caso è finita l’era Berlusconi» e per parlare di una vittoria, «per quanto risicata», dell’Unione. In tanta incertezza, Bertinotti coglie l’unico dato che appare affidabile, «il successo rilevante di Prc». Un successo che «ci rende ancora più sereni e tranquilli». Non per fare sfracelli, non per alzare pretese. «Non abbiamo nulla da chiedere - spiega il leader -, se non il rispetto del programma, dove ci sono istanze di ispirazione riformatrice». Resta in piedi l’opzione per la presidenza della Camera, in caso di vittoria dell’Unione, anche perché i Ds sono rimasti al palo, come le ambizioni (concorrenziali) di D’Alema. Ma tutto resta in sospeso: se non è il caso di «mettere il carro davanti ai buoi», è pur vero che con una vittoria monca «i problemi del dopo ci sono, eccome», conferma Bertinotti. E il dato che emerge più chiaramente dal voto, spiegherà più tardi a Porta a Porta, «è quello di un Paese spaccato in due, spaccato verticalmente e molto profondamente, come non era mai successo...».
Lo sfondamento complessivo non c’è stato, ma le forze della sinistra radicale possono essere più soddisfatte dei due partiti maggiori. I Verdi toccano ferro e Alfonso Pecoraro Scanio, piuttosto che imbarcarsi in commenti avventati, preferisce indicare le priorità che attendono il governo Prodi qualora i dati venissero confermati («criminalità e Irak»). Il comunista cossuttiano Marco Rizzo invece è preoccupato di come si possa governare il Paese in caso di pari e patta e chiede «il ritorno alle urne». Nel frattempo alla sede di Rifondazione è giunta anche una prima edizione straordinaria di Liberazione, con il titolo a tutta pagina: «Avanti popolo». Bertinotti la sfoglia avidamente, ma è chiaro che lì non troverà il dato che manca. Quello della vittoria.