Bertinotti: l’Unione non è una camicia di forza

Cgil e una parte della Quercia sfilano con Fausto contro il Professore. Forza Italia: «È la dimostrazione che non sono in grado di fare un programma»

Antonio Signorini

da Roma

Davanti lo striscione istituzionale, di fattura Cgil, con su scritto «Per i diritti del lavoro, per servizi pubblici di qualità, no alla direttiva Bolkestein». In mezzo un campionario di slogan antigovernativi che vanno dai «no» alla riforma Moratti e al ponte di Messina, fino al «via le truppe dall’Irak» passando per «contro il carovita» e persino «contro l’oppressione di Cuba». In fondo un onesto «no alla direttiva Prodi-Bolkestein».
A poco più di una settimana dalla manifestazione dell’Unione contro la Finanziaria che era stata dominata dal Professore, anche l’altra sinistra si è contata in piazza. E ha marcato le distanze dai moderati della coalizione piantando paletti profondi, destinati a durare anche nel caso di un governo di centrosinistra. L’occasione l’ha data la mobilitazione europea contro la direttiva Bolkestein che liberalizza il mercato dei servizi all’interno dell’Unione.
La protesta italiana è stata promossa dalla Cgil, da Rifondazione comunista e dai no global. Poi anche alcuni Ds come Giovanni Berlinguer hanno aderito, anche se con una motivazione complessa. Contraria la Margherita che nell’Europarlamento è iscritta al gruppo liberale al quale appartiene anche Bolkestein.
Ma le differenze all’interno della coalizione candidata alla guida del Paese non spaventano Bertinotti che, a un giorno dalle primarie, coglie l’occasione per ribadire quella politica delle mani libere che ha caratterizzato la seconda parte del governo Prodi fino alla caduta del Professore. Le assenze alla manifestazione di ieri (50mila partecipanti secondo gli organizzatori, 10mila secondo gli altri osservatori) - ha spiegato il leader del Prc - «sono un bene perché il fatto che i movimenti coinvolgono solo una parte della coalizione non fa che esprimere l’autonomia del movimento stesso. L’Unione non deve essere una camicia di forza per i movimenti». Come dire, se siamo da soli ci sentiamo ancora più liberi. Un po’ più preoccupato il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che avrebbe preferito vedere anche l’altra parte del centrosinistra «qui anziché a casa», mentre il suo compagno di partito Paolo Cento fa capire che preferisce comunque la compagnia dei movimenti a quella della sinistra governativa. L’opposizione alla Bolkestein, secondo Cento, è addirittura l’occasione per «un nuovo inizio del movimento no global».
Nessuno tra i politici che hanno sfilato per le strade della Capitale fino a Piazza Navona sotto gli sguardi divertiti dei turisti, fa il nome di Prodi. Ma la manifestazione è, di fatto, anche un atto di sfiducia contro il precedente esecutivo europeo guidato dal futuro leader della sinistra.
La direttiva contestata abolisce le barriere alla creazione di un mercato dei servizi, che rappresentano il 70% delle attività economiche europee, analogamente a quanto è già successo con il mercato interno delle merci. Il cardine è il «principio del riconoscimento reciproco» per il quale un’impresa può fornire un servizio in un altro Paese Ue se quel servizio è legale nel suo Paese di origine, senza che prima siano state armonizzate le legislazioni dei 25 Paesi Ue. All’inizio le proteste contro questa liberalizzazione sono arrivate dalla Francia. Già da un paio di anni i francesi convivono con lo spauracchio «dell’idraulico polacco» che arriva a Parigi grazie alla Bolkestein e ruba il lavoro agli indigeni. In Italia la protesta è stata sempre inibita dal fatto che chi ha firmato quella legge europea è anche il futuro leader della sinistra.
Ora, osserva il presidente dei deputati europei di Forza Italia Antonio Tajani, questa contraddizione è «esplosa in maniera clamorosa» dimostrando «le contraddizioni di una sinistra incapace di darsi un programma unitario e di riconoscersi attorno alla leadership di Romano Prodi». La parola dovrebbe passare al Professore. «L’aspirante candidato premier - è l’appello di Tajani - abbia il coraggio di battere un colpo e di far sapere se condivide ancora la decisione di Prodi presidente della Commissione europea. Ma forse è troppo tardi. È già sulla via del tramonto».