Bertinotti: «Larghe intese? Potrei lasciare»

Il rutelliano Zanda difende Dini dalla accusa di complotto: basta insinuazioni

Laura Cesaretti

da Roma

Il «fantasma della Grande coalizione», come lo chiama per esorcizzarlo il rutelliano Renzo Lusetti, agita il riposo domenicale dell’Unione. Grazie anche alla sapiente operazione di marketing dell’immancabile libro annuale di Bruno Vespa, che distilla ogni giorno anticipazione sul tema più trendy del momento politico.
Ieri è toccato ai due presidenti delle Camere, Bertinotti e Marini, interpellati entrambi dal giornalista. Bertinotti spiega che le larghe intese per lui sarebbero una tragedia, il che è comprensibile posto che a occhio sarebbe una delle vittime più illustri di siffatte operazioni. «Sarebbe un momento drammatico della mia vicenda personale - dice il leader di Rifondazione - uno scenario al quale non voglio pensare. Per il nostro popolo sarebbe una sconfitta terribile». E ancora: «Non si potrebbe cambiare il presidente della Camera? Una situazione del genere sommerebbe la sconfitta, la resa, il compromesso inaccettabile. Non voglio usare toni troppo gravi, ma le sinistre dovrebbero ripensare tutto». Compreso il suo ruolo istituzionale, dunque. Quanto a un ipotetico governo tecnico, «darei - assicura il presidente della Camera - perfino un giudizio peggiore, proprio per il suo carattere tecnico. Nel momento in cui il Paese ha bisogno di più politica, un governo tecnico equivarrebbe a una forma di dimissioni dalla politica. Sarebbe una Grande coalizione travestita». Più tardi, il presidente della Camera diffonde una precisazione: «Le responsabilità istituzionali sono e devono restare autonome dal quadro politico di governo, che per altro non vedo ragione perché debba essere modificato». Nessuna minaccia di dimissioni, insomma.
Franco Marini, che presiede l’arena più a rischio per Prodi, non parla di larghe intese né le demonizza, ma sceglie di perorare ancora la causa del «dialogo» tra Unione e Cdl: «La maggioranza deve sforzarsi di rasserenare il clima: deve dialogare con l’opposizione su questioni centrali per il bene dell’Italia: politica internazionale, ammodernamento delle infrastrutture, riduzione della precarietà del lavoro». Il Paese, assicura Marini, «si gioverebbe di momenti d’incontro su alcune questioni centrali: il governo potrebbe governare meglio e l’opposizione si mostrerebbe più costruttiva e credibile».
Ieri, andando alla messa in quel di Bologna, il capo del governo che le larghe intese dovrebbero abbattere si è detto «tranquillo e sereno». «Oggi è domenica», ha constatato, «e non c’è nessuna novità, noi andiamo avanti». Ma che in privato sia meno sereno lo spiega Clemente Mastella: «Romano vive il complesso dell’assedio, ma sbaglia. Glielo ho anche spiegato: gli unici che potrebbero farti cadere sono Rifondazione e il sottoscritto». E se Rifondazione, spiega il Guardasigilli, «mi sembra oggi partito più di governo che di lotta», l’Udeur è «leale: da noi non avrà problemi». Certo che se poi «la coalizione implode, a quel punto liberi tutti». Al premier assillato dai «complessi di assedio» negli ultimi giorni tutti gli alleati stanno cercando di fornire rassicurazioni: «Dopo Prodi c’è solo Prodi», giura il capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini, e anche in caso di «incidente» a Palazzo Madama, «noi riproporremmo solo Prodi».
Il dipietrista Donadi invita il centrosinistra a concentrarsi sulla «difficile manovra economica», che deve passare le forche caudine del Parlamento, invece di attardarsi a smentire che dopo Prodi possa non esserci solo Prodi: «Il progetto delle larghe intese è soltanto uno specchietto per le allodole, del quale non si deve perdere tempo a parlarne neanche per smentirlo». «Chiudiamo questo assurdo tormentone», si associa il capogruppo del Pdci Sgobio.
Intanto Luigi Zanda, vicepresidente rutelliano dei senatori dell’Ulivo, scende in campo per difendere Lamberto Dini, additato da molti come possibile complottista anti-Prodi: «La sua lealtà è fuori discussione, basta insinuazioni».