Bertinotti con Marini «uomo d’onore»

«Per l’opposizione grande rispetto e attenzione ma la maggioranza ha il diritto-dovere di decidere»

nostro inviato a Genova
Trovare il bandolo della matassa. Un’impresa, come piace a Fausto Bertinotti. Il partito in tensione, la maggioranza in fibrillazione, il Parlamento in subbuglio, le Riforme in stallo. Ma è un viaggio nella rinascita del mondo del lavoro - un incontro con i camalli e il loro «mitico» console Paride Batini (oggi settantaduenne) nella «sala delle Chiamate» del Porto - quello che il presidente della Camera sceglie per dare sostegno al governo, alla maggioranza, al suo collega presidente del Senato, Franco Marini. «È un uomo d’onore, ha tutta la mia solidarietà», fa subito sapere Bertinotti, quando apprende della bagarre a Palazzo Madama. E cerca la prima quadratura di un cerchio di fuoco, il filo nel «difficile percorso di questi mesi». Una conciliazione tra «il grande rispetto e l’attenzione» da dedicare alle opposizioni, al loro «diritto di poter esercitare fino in fondo le loro possibilità, indispensabili per la democrazia», e il «diritto-dovere della maggioranza di realizzare gli obbiettivi del suo programma».
Nel gioco degli ossimori è chiaro che spetti proprio all’uomo da una vita all’opposizione, nel sindacato e nella sinistra, lanciare un salvagente democratico alla destra, ma anche chiarire il «diritto-dovere» della maggioranza di decidere. Stessa logica, a ben vedere, che Rifondazione in queste ore si trova a dover digerire. Il punto d’accordo trovato sulla missione afghana va salvato e difeso: spazi ulteriori di mediazione paiono non esserci e sarebbe importante per la maggioranza sfuggire al «ribasso» di un voto di fiducia. La linea di confine per l’opposizione interna di Prc dovrebbe consistere in una dichiarazione di dissenso mitigata però dal voto «per disciplina di partito». Ma il presidente della Camera in queste diatribe ritiene di non doversi (e potersi) più immischiare. Così ritarda di qualche minuto persino il suo arrivo al terminal Vip dell’aeroporto militare di Ciampino, pur di non incrociare il ministro degli Esteri Massimo D’Alema in partenza per Berlino. Una battuta o un semplice cenno alle vicende dell’altroieri avrebbero potuto essere frainteso, in un momento delicato come questo.
La visita a Genova, tutta dedicata invece al lavoro e alla reinterpretazione delle antiche vocazioni operaie della città, finisce per offrire a Bertinotti l’opportunità per un altro piccolo grande «strappo», o ossimoro che dir si voglia. Quando gli chiedono dei militari in missione, anch’essi dei lavoratori, il presidente della Camera non ha dubbi: «Certo, e svolgono una funzione che la Costituzione prevede sia di pace». Insomma, se le missioni contengono in modo evidente la «discontinuità» dell’impegno per la pace, nulla osta. Non si può dire che venga meno il conclamato «pacifismo» bertinottiano, ma il presidente ancora una volta tenta la conciliazione con gli impegni assunti dall’Italia in Paesi devastati dalla guerra. Anche se la guerra fosse stata dissennata? Di più non è lecito spingere il filo del ragionamento e di una ardua mediazione «istituzionale».
Così il terzo punto intessuto da Bertinotti a Genova è la relazione tra lavoro e riforme. Se con il referendum vinto la Costituzione «ha manifestato tutta la sua vitalità, ora bisogna ritrovare la sintonia con il Paese e con i suoi problemi reali. Potremo vedere che cosa ci sia da correggere, affinché le istituzioni e il potere politico possano entrare sempre più in rapporto diretto con il Paese e con i suoi problemi». Non è una chiusura totale, bensì un percorso nuovo. Bertinotti pensa a una grande inchiesta sul lavoro per riforme che aderiscano il più possibile ai bisogni «reali» della gente. Idea di «Costituzione dal basso» che riprende le critiche già svolte dal leader rifondatore a proposito del Trattato costituzionale europeo. Attenzione agli affanni o alle tragedie quotidiane, tipo le morti sul lavoro, che daranno all’incontro con i camalli un clima di familiarità, tra vecchi sindacalisti e giovani ragazzoni «oppressi dalla precarietà», come spiega Bertinotti. La sala è quella storica delle lotte degli scaricatori di porto genovesi, e alle pareti spiccano Lenin, Togliatti, Di Vittorio. Il posto d’onore spetta però a Guido Rossa, ucciso a tradimento dalle Br. Forse anche perché, come dirà Batini al vecchio compagno presidente, «noi siamo gente semplice... ma che non tradisce mai».