Bertinotti: «È il momento giusto per riformare le cooperative»

Il segretario di Rifondazione comunista indica agli alleati la «condizione preliminare» per l’alternativa: «Non prendere ordini dai poteri forti»

nostro inviato a Berlino
«Piero? Ma no, dài, Piero lo conosco da quando avevamo i calzoni corti... Li conosco da ragazzi, questi qui del gruppo dirigente ds... Però neppure si può dire che la politica non deve occuparsi di economia, perché è una stupidaggine». Sta per accadere di tutto, in Europa. Forse anche in Italia. Fausto Bertinotti, a Berlino per i lavori di costruzione della Sinistra europea, è spinto a confrontarsi con la questione morale, i Ds, le Coop, la riforma dell’impresa e i «poteri forti, il vero problema di fondo del centrosinistra». Il partito democratico, il programma, la possibilità di un lavoro fruttuoso con Prodi, la Quercia e la Margherita: tutto il futuro, secondo il leader di Prc, sta in quale blocco sociale scegliere e «quali interessi difendere». Lottare contro i «condizionamenti dei poteri forti», rifiutare lo schema del «prendere ordini» è una condizione preliminare per «l’alternativa», dice Bertinotti. Né Confindustria né Vaticano, insomma, ma far ripartire la politica.
Non si può prescindere però dalla questione morale, dal paradosso che essa scoppi quando al vertice della Quercia è arrivato l’ex segretario berlingueriano della Fgci torinese, che Fausto ricorda benissimo come «una persona ammodino». Berlinguer era un’altra cosa. «Berlinguer era una persona austera, direi per fatto generazionale. L’ho apprezzato di più per questo aspetto che per la sua politica». Oggi viene esaltato per la questione morale, mica per il compromesso storico. «Già, ma non si può parlare di questione morale, quando affrontiamo questa vicenda. La mia critica, l’ho sempre detto, è politica. Perché il rapporto con i centri di potere deve essere critico. Se uno prende soldi da un’entità economica, così che possa determinarsi l’attesa di uno scambio, resta una ferita nel sistema e un inquinamento delle decisioni. L’errore compiuto dai Ds invece è di tutt’altra natura: non saper immaginare un progetto economico... ».
Per tornare terra terra, però, il signor Giovanni Consorte metteva da parte 50 milioni di euro per costruirsi la pensioncina integrativa. «Mai conosciuto Consorte, non so a che cosa servissero quei quattrini. So però che l’immoralità di alcuni dirigenti dell’Unipol non c’entra con i Ds». Equivale a dire che Consorte i soldi li prendeva per comprarsi un atollo nel Pacifico, ma non ci crede nessuno. Magari era una riserva a disposizione del partito? «Non ho la doppia morale, se uno prende i soldi di nascosto il problema è personale, giuridico e morale. Stop. Il dibattito da aprire con i Ds parte invece dalla crisi del capitalismo, perché le disuguaglianze sociali sono ormai fuori controllo. Non conta più perché li hai fatti, i soldi, ma soltanto farli il più rapidamente possibile». Con le Coop però entra in crisi anche il «modello alternativo». «Distinguiamo. Non fa premio l’assetto societario, ma le scelte che si fanno. Se una cooperativa ha relazioni industriali pessime, si sciopera. Se immagina una scalata debole nel suo progetto industriale, com’è successo, la si critica. Se l’Unipol entra nel mondo finanziario va trattata alla pari delle altre: ci vuole una totale autonomia di giudizio, in basso come in alto». Cosa che metterebbe in discussione i benefici alle Coop. «Se la coop è obbligata a reinvestire gli utili, è giusto che mantenga i suoi privilegi. Varrebbe anche per un’azienda pubblica». Aiuti o no, il sistema potrebbe finire travolto dallo scandalo. «Per questo dico che se dobbiamo riformare l’impresa e la cooperazione questo è il momento di farlo. Le coop sono un terreno di sperimentazione fondamentale per nuovi fattori economici e sociali, nuove gerarchie interne, per l’organizzazione di attività cui il mercato non dà risposta, o di beni da sottrarre al mercato. Penso al territorio e alla bonifica ambientale, al restauro dell’arte, a mille settori nei quali l’investimento da parte di cooperative sarebbe non soltanto fruttuoso in sé, ma anche e soprattutto per le ricadute sociali». Sembra il paradigma di un nuovo modello, un’utopia. «Non parlo di sogni né di poesia. Due realtà quali il Leoncavallo a Milano e ciò che è nato nelle Langhe attorno al quel mago di Carlo Petrini di Slow Food stanno a dimostrarlo. Non lo dico perché sono due esperienze di sinistra, ciò che ha realizzato Petrini non sarebbe stato possibile senza la sensibilità del ministro Alemanno...». Serve qualità, dice il segretario rifondatore, pronto a confrontarsi con il mercato attraverso la valorizzazione del territorio. Dice di stare con l’agricoltore di mele di Caltanissetta piuttosto che con quello egiziano. «Devo aiutare il siciliano a fare il bene per sé, mica per il mondo... D’altronde la produzione di nicchia sta diventando un enorme mercato mondiale...». Addio terzomondismo, con l’arrivo degli «ego-marxisti»? «Anzitutto devo essere egoista, altrimenti non sono, non so che faccio, non desidero, non so quale sia il soggetto del cambiamento. Per me è colui che lavora, il mio sogno è la piena occupazione...». E con Marx come la mettiamo? «Marx non è caduto nel trabocchetto di indicare il modello economico preferibile... Lui dice che il comunismo è il sovvertimento dell’ordine costituito. Lui è grande, certi suoi epigoni sono troppo piccoli...».