Bertinotti pensa al bis del ’98

Il presidente della Camera decreta: stagione chiusa. Come l'altra volta. Poi cita Flaiano: "Con il massimo rispetto, in carica c'è il migliore dei premier morenti"

Roma - Si diceva: «L’ottobre ’98», data della caduta del primo governo Prodi, come nel secolo scorso si diceva «un quarantotto», per dire un terremoto, un cataclisma, un evento irripetibile. Il 1848 in Europa fu la fine dell’ancient régime che non resisteva alla prova della storia. L’ottobre del 1998 fu la crisi di un governo in cui non reggeva il rapporto fra la sinistra radicale e la sinistra riformista. Ieri, Fausto Bertinotti ha inciso sul calendario della politica italiana la data di un altro ricorso, un altro autunno rovente e ha tratto le conclusioni più drastiche che un leader dell’Unione potesse trarre: «Il progetto del governo è fallito, una stagione si è chiusa». Mancavano solo pochi mesi per fare dieci anni tondi, la prima crisi fu aperta da Rifondazione, questa nuova crisi viene aperta da altre forze, ma poi di fatto ancora una volta chiusa dal sigillo di Bertinotti. Dieci anni fa era Massimo D’Alema che voleva la fine di quel centrosinistra per inaugurare la propria stagione, oggi è Walter Veltroni il principale indiziato di una nuova crisi che dovrebbe preparare la sua nuova stagione. Ma poi, nello scenario della storia, rientra in campo Fausto, non più il presidente della Camera iperistituzionale che pochi mesi fa dribblava le domande insidiose dicendo: «A questo interrogativo non posso rispondere per il compito che sto svolgendo», ma di nuovo il ribelle che si affida agli aforismi di Ennio Flaiano per pronosticare il destino di Prodi. Il genio del giornalismo italiano diceva di Vincenzo Cardarelli: «È il più grande poeta morente...». Ieri il presidente della Camera giocava sul paradosso: «Come vedo Prodi, mi chiede? Con tutto il rispetto, di lui mi viene di dire quello che Flaiano disse di Cardarelli». Insomma, il più grande premier morente. E la grevità è pari soltanto alla drammaticità della sostanza politica.
Certo, il Bertinotti di ieri pareva ritornare quello che nel 1994 faceva rizzare i capelli dei pidiessini invocando la tassazione dei Bot, quello che gridava dalla tribuna del «Maurizio Costanzo Show»: «Ora e sempre viva Cuba», non perché fosse innamorato matto di Fidel Castro (lui di suo è ancora più movimentista), ma perché amava il gesto estetico dello strappo e veicolava, proprio per questo, una propria massima: «Io non ho mai firmato nemmeno un contratto», che per un sindacalista non era proprio il massimo. Questo Bertinotti indicava la divisione fra le due sinistre come una necessità della storia, citava perfino San Paolo, diceva che «i passeri devono stare con i passeri» ed era insomma un teorico della radicalità, non a caso chiudeva il congresso di Rifondazione con la sua citazione più celebre e compiaciuta: «Io sono omosessuale, io sono lesbica, io sono...».
Per quasi due anni, il subcomandante Fausto aveva velato questo suo dna rebelde. Non ricordava più il piacere con cui aveva regalato al subcomandante Marcos una copia del Don Quijote e da molto tempo non diceva più no alla guerra «senza se e senza ma», inventandosi il meraviglioso ossimoro dei «soldati di pace», ovvero soldati di pace erano quelli che agivano in missione di guerra mentre lui era alla presidenza della Camera. C’è un aneddoto fantastico sul giovane Bertinotti, ormai dimenticato, raccontato nella biografia scritta in questo periodo dal futuro presidente della Camera insieme al giornalista Lorenzo Scheggi Merlini (Tutti i colori del rosso, Sperling & Kupfer) ed è la storia di una pentola di famiglia, una casseruola molto utilizzata nella casetta operaia di Varallo Pombia, dove Fausto era nato. Racconta Bertinotti che soldi non ce n’erano, e che ogni due-tre giorni quella pentola usurata cominciava a perdere da un nuovo buco. E racconta che il padre ogni volta chiamava il figlio e gli faceva vedere con quanta pazienza doveva mettere un «ribattino» per tappare la falla. Racconta Bertinotti che una delle prime iniziazioni politiche della sua vita l’aveva avuta il giorno in cui, alla centesima perdita, il padre aveva passato un’intera serata a rabberciare la pentola ormai colabrodo. E che, una volta finito il lavoro con molta fatica, aveva messo la pentola sul tavolo, poi aveva preso una mazzetta da cinque chili e l’aveva totalmente demolita, dicendogli: «Quando le cose sono finite bisogna prenderne atto». L’aneddoto dello scolapasta ti viene in mente leggendo l’intervista di Bertinotti a La Repubblica di ieri, quella in cui «a sorpresa» stila il certificato di morte del centrosinistra. Ma forse, che il destino finale di Prodi sarebbe stato lo stesso della casseruola si poteva intuire, perché molti segnali mostravano la fragilità di quella «conversione istituzionale» che il subcomandante aveva messo in scena in questi 24 mesi. Alla fine, sembra davvero la favola della rana e dello scorpione, la rana Prodi deve attraversare il fiume, lo scorpione pure, chiede un passaggio, la rana non si fida. Allora lo scorpione dice: «Fai male a non fidarti, perché se ti avvelenassi mentre attraversiamo il fiume, morirei pure io». E allora la rana si fida e mentre attraversa il fiume sente la puntura dello scorpione. «Perché lo hai fatto?». La risposta dello scorpione è la stessa che potrebbe dare oggi Fausto: «Che vuoi farci, è il carattere».
Luca Telese