Bertinotti piange: toglietemi tutto ma non il vitalizio

Il comunismo, come diceva Lenin, è la giovinezza del mondo: ma i comunisti, non diversamente dagli altri, invecchiano. E giustamente vanno in pensione. Fausto Bertinotti si è ritirato dalla politica attiva tre anni fa, all’indomani della catastrofe elettorale che portò Berlusconi a palazzo Chigi e Rifondazione comunista (con i suoi alleati dell’Arcobaleno) fuori dal Parlamento. Non rieletto dopo quattro legislature, il leader neocomunista è andato in pensione non soltanto politicamente - il che gli fa onore, in un mondo di sconfitti inamovibili - ma anche tecnicamente.
Ieri, ospite di Giuseppe Cruciani alla Zanzara, non si è sottratto ad una risposta schietta: «Se mi toglierei il vitalizio? Se mi dessero qualcos’altro per vivere sì, se mi dessero una pensione sì. Ho lavorato una vita e ho diritto ad una pensione: poi come si chiami non conta, basta che sia congrua con ciò che ho versato». Ma il punto è proprio questo: l’assoluta, evidente, esasperante incongruità fra i contributi effettivamente versati dai nostri parlamentari e il vitalizio percepito. E stupisce che un uomo come Bertinotti, attento più di altri leader politici al disagio sociale profondo che attraversa il Paese, non colga il sentimento di esasperazione che un’affermazione del genere inevitabilmente produce. Il valore simbolico (e dunque politico) dei tagli ai privilegi della Casta è immenso, tanto più quando un governo tecnico ha commissariato i partiti, mostrandone l’inutilità pratica, e nuove inchieste sulla corruzione e il finanziamento illecito minacciano nuovi sconquassi.
Ma c’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Nel 1997, quando Rifondazione era un partito di governo e il governo, tanto per cambiare, cercava di fare una riforma delle pensioni, si scoprì che la signora Bertinotti aveva scelto di andare in pensione a cinquant’anni, approfittando di alcune agevolazioni per il pubblico impiego introdotte dal precedente governo Dini. Il nobel Modigliani parlò addirittura di «conflitto d’interessi», perché il governo di centrosinistra stava affrontando la spinosa (e tuttora irrisolta) questione delle pensioni d’anzianità. Ma la neopensionanda replicò a muso duro: «Vorrei vedere che a qualcuno venisse in mente di togliermela, questa pensione. Io ho scelto di lavorare in un Ente locale per poter andare in pensione prima, ho impostato la mia vita su questa scelta. Che male c’è?».
Entrambi - moglie e marito - avevano e hanno ragione: secondo le norme vigenti, è tutto regolare e dunque legittimo. Ma non sempre le «norme vigenti» - e tanto più per un rivoluzionario - vanno considerate giuste e immodificabili. Nella legittima difesa dei diritti acquisiti - il posto fisso e pubblico, la pensione d’anzianità, il vitalizio - si avverte un riflesso profondamente conservatore che è, in fondo, la cifra della sinistra in questa tormentata Seconda repubblica: e cioè la propensione a difendere l’esistente più che a cambiarlo, a trincerarsi anziché avanzare in campo aperto, a coltivare la paura anziché la speranza, e a dipingere nel futuro prossimo, al posto del radioso sol dell’avvenire, una cupa tempesta sempre in procinto di scoppiare.
Resta il fatto che Bertinotti ha detto la verità, nel senso che ha espresso un’opinione condivisa, se non dalla totalità, certo da un grandissimo numero di deputati e senatori, presenti e passati. Diversamente dal suo successore alla presidenza di Montecitorio, che conta di avere ancora un futuro politico e si fa dunque promotore di un’iniziativa contro i vitalizi agli ex parlamentari, Bertinotti è davvero in pensione e non ha bisogno di fingere. E c’è da scommettere che andrà a finire come dice lui, non come promette Fini.