Bertinotti: il premier ascolti i lavoratori

Bologna - Fausto Bertinotti arriva alla festa dell’Unità e in linea teorica dovrebbe essere appesantito dal suo ruolo istituzionale. È il presidente della Camera, non è più leader di partito, da tempo ha moderato le sue esternazioni politiche. E invece, a sorpresa, infiamma la platea post diessina con un discorso pieno di pronunciamenti politici, spiega cosa deve fare la sinistra, introduce fra i suoi modelli non più Lenin, ma Mitterrand, avverte che, qualunque sia il risultato della consultazione sindacale sull’accordo del welfare «bisognerà tenere conto anche di un’eventuale minoranza, anche di coloro che dovessero dire no all’accordo». Di più, trascina all’applauso evocando il nome di Berlinguer e dice che il suo modello è proprio quel Pci, «il partito di lotta e di governo».

Insomma, molto più che l’intervento imbalsamato di un leader istituzionale, un vero e proprio assalto egemonico alla base ds delusa dalla svolta del Pd. E si infervora, anche, in questo discorso persuasivo: «Non provate a convincermi del contrario, una sinistra ci dovrà essere, e io intendo la sinistra come espressione del movimento operaio, del lavoro». E qui calca ancora di più il suo pensiero: «E per piacere non ditemi che il lavoro cambia, lo so anch’io, ma da qui la sinistra dovrà sempre ripartire. Dal movimento operaio, da un terreno sociale e di classe».

E poi aggiunge Bertinotti che se una parte della sinistra vuole abbandonare quelle ragioni di classe e fare una scelta moderata, «e magari prendere anche più voti», lui a questo percorso non vuole sottostare: «A questa sinistra americanizzata, io non mi rassegno, no!». E parte un grande applauso.

Ma il momento rivelatore, quello in cui si capisce che Bertinotti sta giocando da leader, e non da sacerdote del Palazzo, è quello in cui Padellaro gli infila una domanda birichina: «Sono d’accordo su molte cose che dici sulla sinistra e sul lavoro, ma ti devo fare una domanda: tu queste cose a Prodi le hai chieste?». Il pubblico ride sonoramente. Che il direttore dell’Unità abbia messo in difficoltà Bertinotti? Macché, il presidente della Camera parte in contropiede, allarga le braccia: «Ma io non posso farlo... ». Dalla platea si alzano delle voci «no...no...!», «Devi», «Fausto pensaci tu», di nuovo Bertinotti tiene sulla corda il suo uditorio: «... lo possono fare i segretari dei partiti, non io che ho un ruolo istituzionale...». Un altro grida isolato: «Difendici!», e subito dopo un mormorio di consenso. Allora il presidente della Camera chiude il suo gioco dialettico: «O meglio: non potrei farlo, ma se voi insistete... A vostro nome potrò farlo». A questo punto sotto il tendone della sala 14 ottobre esplode un vero e proprio boato, un’ovazione come se i militanti dicessero: è questo il leader che cercavamo.

E allora si capisce che Bertinotti punta a creare un nuovo consenso sul cartello della sinistra che sta nascendo intorno alla sua Rifondazione. Chiede Padellaro: «Ma a lei, sinistra radicale è un parola che va bene?». E lui: «Ah sì, perché non indica estremismo ma l’andare alla radice, un’attitudine a soluzioni fortemente rinnovatrici». E ancora, tirandosi dietro un altro applauso: «A me va bene anche sinistra alternativa, oppure - se non risultasse offensivo per altri - sinistra e basta!». E qui arriva l’invocazione di un leader che da queste parti è ancora molto amato, «assai, assai, assai più importante di me come Enrico Berlinguer».

La platea incalza, e Bertinotti cala l’ultima carta: «E non era banale quella definizione a cui normalmente si irride perché quando vai al governo devi combattere contro forze potenti che lavorano per condizionare la realtà. Non è giusto stare al governo se la tua politica non è diversa». Ancora un boato, ancora un grande applauso, chi l’avrebbe detto, è davvero un bel discorso. Il più bel discorso di Bertinotti da quando punta a fare il leader dei Ds.