Bertinotti: "Prodi? E' solamente uno spregiudicato uomo di potere"

Nel suo libro il leader comunista accusa l’ex presidente del Consiglio di essere un politico
senza scrupoli

C’eravamo tanto odiati. Nei gialli l’assassino vien fuori solo alla fine. Ma questo non è un giallo. Anche Fausto Bertinotti sa che il centrosinistra è ormai trapassato e allora il responsabile del delitto lo dà in pasto ai lettori già a metà libro. A pagina 128, senza nessuna pietà. «Romano Prodi è il leder politico che in questi anni ha avuto la peggior parabola discendente». Peggio di una lapide nel cuore di Devi augurarti che la strada sia lunga, colloquio con Ritanna Armeni e Rina Gagliardi (Ponte alle Grazie, 229 pagine, 14 euro). Titolo super snob, da un verso dell’aristocratico poeta greco Konstantinos Kavafis: non una biografia, dice la quarta di copertina, ma «l’educazione sentimentale alla vita pubblica di Fausto Bertinotti: un’avventura intellettuale, un frammento della nostra storia, ma anche un autentico racconto di formazione di un grande protagonista della politica italiana».
Una vicenda che ruota tutta intorno a una data: il 14 aprile 2008, una sconfitta elettorale senza precedenti che spazza via la sinistra radicale dal parlamento. E Bertinotti lascia. Un dramma personale da rimuovere non con lo psicanalista, ma incontrando due brave giornaliste. L’uomo nero? È Romano Prodi. L’inizio, nonostante tutto, non era andato poi così male. «Quando l’ho conosciuto un po’ più approfonditamente, dopo le elezioni del 1996, durante il suo primo governo, - si legge - era un mix interessante di riformismo cattolico contagiato dal dossettismo, e di impianto tecnocratico». Tutto chiaro, nei limiti del bertinottese spinto. E poi? «Poi la seconda componente, quella tecnocratica, ha preso il sopravvento, e ha avuto la meglio il suo interesse per il potere in quanto tale, fuori da una ipotesi riformista». Il potere in quanto tale. «Prodi è diventato uno spregiudicato uomo di potere». E due. «Al potere, ci crede e ci punta, con grande determinazione». E tre. Tre volte la parola potere e la relativa accusa a Prodi in nemmeno tre righe. «Basta pensare che durante la campagna elettorale del 1996 sostenne in ogni occasione che non avrebbe mai fatto un’alleanza con Rifondazione comunista. Poi l’ha fatta, anzi il suo governo è stato sostenuto dai nostri voti, ma lui non ha sentito mai il bisogno di dare una spiegazione». Anzi, la spiegazione c’è. «La nascita del suo governo era considerata una spiegazione sufficiente». Ce n’era abbastanza perché le due strade si dividessero. «E con questo - confessa Bertinotti - voglio dire che nei diciotto mesi del suo governo, mentre io ero presidente della Camera, non abbiamo avuto occasione di parlarci». Capito? Durante il governo del (solo apparentemente) bonario professore, le maggiori cariche dello stato nemmeno si parlavano. Gli uomini di punta delle due forze che dovevano avere una visione, guidare l’Italia e rendere un po’ migliore il futuro di noi poveri italiani, neppure incrociavano gli sguardi. Dilaniati da un dissenso insanabile. Il risultato? «La lunga stagione del centrosinistra, in tutte le sue varianti, è finita», la diagnosi impietosa del maggior esponente dell’opposizione al cachemire arenatasi sullo scranno più alto di Montecitorio.
Letto questo, si può poi gradevolmente navigare negli altri capitoli. A pagina 194 si scoprirà che «adesso chi vuole trovare la sinistra non sa neppure più dove cercarla». E ancora che «l’idea della sconfitta è interna alla sinistra, fa parte della sua natura». E, infatti, ammette Bertinotti parlando delle elezioni del 2008, il miracolo «purtroppo questa volta non si è ripetuto». E Berlusconi? Ricorda quando scese in campo. «E ricordo bene - ripete - che non lo sottovalutai per niente. Pensai subito che avrebbe sconvolto la vita politica italiana». Il motivo? «Si dota di un’aura quasi profetica che dalle sue imprese si trasmette agli italiani». Ben altra pasta, anche agli occhi del compagno Bertinotti, rispetto a Prodi. E allora non resta che chiudere con un capitolo che già nel titolo («Riflettendo sulla sconfitta») riassume tutto il senso di un destino. Quello di una sinistra che ha tradito un «Bambino nella milano operaia» (primo capitolo) e anche «I gloriosi anno Settanta» (secondo capitolo). Il perché più che in tanti saggi di sociologia è nella storiella della delegazione di Rifondazione comunista in Cina nel 2005. Oltre a «un’ottima anatra laccata, il «dandy» Bertinotti ricorda il responsabile degli Esteri del Partito comunista cinese. Che paziente, per ore, ascoltò «le nostre lunghe analisi». Poi, a fine cena, non ce la fece più. «Mi spiegate come mai - mi chiese - vista la vostra capacità di interpretare il mondo e i fenomeni politici, vista la vostra intelligenza, poi nel vostro Paese, quando andate alle elezioni prendete poco più del 5 per cento?». E, infatti, oggi nemmeno quello.