Bertinotti: qui ebbe inizio il crollo del muro di Berlino

Il presidente della Camera alla mostra dell’Istituto italiano di cultura

nostro inviato a Budapest
Cecchini che sparano dagli splendidi palazzi di Budapest sulla folla. Corpi orrendamente carbonizzati, carri armati sovietici tra le macerie di muri appena sventrati. Oppure la foto di quel generale dell’Armata rossa, faccia da bulldog, che sta per avventarsi contro un fotografo, presumibilmente in piazza Kossuth. Immagini che schiudono la memoria di Fausto Bertinotti, immagini della mostra allestita presso l’Istituto italiano di cultura della capitale ungherese. Memoria e analisi, per il presidente della Camera che tiene oggi più che mai alla distinzione dei ruoli. Da numero uno di Montecitorio, che non poteva dire di no all’invito per le celebrazioni del 50º anniversario della Rivoluzione, Bertinotti commenta con un rituale omaggio agli insorti, alla «democrazia rappresentativa formale, unica forma di democrazia possibile che va conquistata, non importata, perché è in quella conquista che si radica la civiltà di un popolo».
Poi però c’è anche il Fausto militante del partito in Italia erede di quel gruppo dirigente che non capì o finse di non capire. E Bertinotti non esita a dire che «il crollo del Muro di Berlino comincia a Budapest nel ’56», perché in quella Rivolta erano già «contenuti i germi della fine del comunismo, dell’irriformabilità del comunismo sovietico». Considerazioni già formulate dagli intellettuali del Pci nel ’56. Eppure il cammino di quel partito e di quel gruppo dirigente proseguirà a lungo, con Togliatti che «beve un bicchiere di vino in più» alla notizia dell’invasione; Ingrao che scrive sull’Unità l’editoriale tormentato (almeno nelle rivisitazioni attuali) dal titolo: «Da una parte della barricata in difesa del socialismo». E ancora: Pajetta che conclude il discorso alla Camera, con «Viva l’Armata rossa!»; Amendola che spiega come l’intervento dei carri armati fosse «un dovere di classe» eccetera.
Continua quel gruppo dirigente e, anzi, racconta Bertinotti, il Pci aumenta considerevolmente il numero di iscritti tra gli operai nel ’57 e alle elezioni del ’58 ottiene un ottimo risultato. «Furono quelle elezioni - aggiunge il presidente della Camera - per le quali pare che Togliatti avesse chiesto ai sovietici di ritardare di qualche mese l’impiccagione di Imre Nagy, l’eroico premier ungherese». Eppure si deve arrivare al ’68, con l’invasione della Cecoslovacchia, per avere l’evidenza del «tragico errore» del Pci. Perché? Per Bertinotti, l’impressione dei comunisti dell’epoca era che gli «operai fossero aggrediti» e la personalità in ogni caso «gigantesca» di Togliatti rendeva l’inganno più «tragico», facendo coincidere la difesa della classe operaia con la difesa «mistica» del partito e dell’Urss. Perché iscriversi al Pci e continuare a definirsi «comunisti», allora? Bertinotti accusa il peso di continuare a dirlo qui a Budapest, davanti a quelle foto infami, a quella tragedia. Ma non è ancora il momento di chiudere l’ultima pagina che strapperebbe alla Rifondazione un bel pezzo di bandiera. «Finché ci saranno oppressi e oppressori, la storia del comunismo non sarà finita», si limita a dire. Anche quando i comunisti sono gli oppressori e comunisti (o socialisti) sono gli oppressi, come fece capire Montanelli con le sue corrispondenze? «Diciamo allora: finché ci sarà il problema della liberazione dell’uomo. Quando non ci sarà più il lavoro salariato e l’alienazione capitalistica, il problema sarà risolto, e il comunismo finito».