Bertinotti: sì alle maggioranze variabili

L’apertura del presidente della Camera. Più cauto il ministro Amato: non oltre un certo limite. Altolà invece da Casini. Bondi: inaccettabile

Roma - L’esternazione chiave, ovviamente, è quella del presidente della Camera Fausto Bertinotti che, interrogato da Giuliano Ferrara per il suo Otto e mezzo tira il macigno nello stagno: «Esiste un argomento in cui le maggioranze variabili sono nelle cose: è la legge elettorale, un tema che non è solo della maggioranza di governo ma ha vocazione unanime e trasversale. La legge elettorale deve essere tendenzialmente approvata con il consenso di tutti». Ovvio che se a pronunciare queste parole - in un momento come questo - è non solo la seconda carica dello Stato, ma il leader riconosciuto di Rifondazione, gli orologi della politica fermino le loro lancette e i campanelli inizino a trillare. Anche perché, l’acuto di Bertinotti è solo la risultante di un coro, prima sotterraneo, ora palese, che anima l’Ulivo in questi giorni.
Certo, le parole di Bertinotti stupiscono, dopo mesi in cui Rifondazione è stato il più granitico custode dell’inalterabilità della coalizione. Ed è così consapevole dello strappo, l’ex subcomandante Fausto, che si affretta a inserire paletti: «Se le maggioranze a geometria variabile per dieci volte di seguito danno luogo ad esempio ad un allargamento al centro allora quella diventa una maggioranza reale». Per Bertinotti esistono «campi in cui far valere il criterio delle maggioranze variabili solo nel caso in cui la maggioranza tutta lo ritenga, purché questo - ribadisce - non metta in discussione la maggioranza medesima».
Amato: se la coalizione vuole. Che non si tratti di una nota stonata o isolata, lo dimostrano le note di medesimo timbro consegnate dal ministro Giuliano Amato al Corriere della Sera: «Sono le forze politiche - spiega - a dover decidere se il sostegno di una maggioranza diversa a un singolo provvedimento rappresenti motivo per togliere la fiducia. Se non lo fanno, vorrà dire che pur non condividendo quella misura, ritengono di non essere state “tradite”. In ogni caso - sottolinea - tutto avviene sotto il riflettore del capo dello Stato. Un presidente come Napolitano non consentirà alle maggioranze variabili di andare oltre un certo limite». Ancora più esplicito Clemente Mastella, guardasigilli ma anche leader di un partito-cerniera come l’Udeur: «C’è una quasi maggioranza al Senato, quindi soprattutto sui fatti istituzionali secondo me è buon norma applicarsi a chiedere consenso all’opposizione». Insomma, è come se subito dopo aver incassato una risicata fiducia, il centrosinistra prendesse atto che da solo non può continuare il concerto e cercasse nuovi orchestrali.
L’altolà di Casini. È quindi molto interessante che Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, abbia fatto (per ora) cadere l’offerta che ha proprio lui come principale destinatario: «Non ho capito cosa sono», dice con ironia l’ex presidente della Camera. E che il portavoce di An Andrea Ronchi affermi: «Amato dimostra che l’esecutivo è cosciente di non poter governare in modo stabile perché non gode di maggioranza autosufficiente».
«Il niet» di Bondi. E così non può stupire la chiusura netta del coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi: «Se la proposta di geometrie variabili era inaccettabile in una logica bipolare - spiega - quella di Bertinotti lo è ancora di più». E aggiunge: «La confusione sotto il cielo della sinistra è tale che Bertinotti giunge a teorizzare la liceità di maggioranze variabili su alcuni temi, ma con la clausola di un preventivo “via libera” da parte di tutte le componenti dell’attuale governo, che riconoscerebbero così la propria “auto-insufficienza” non traendone, però, le necessarie conseguenze». Ma anche nell’Ulivo ci sono voci «fuori dal coro» come quella del radicale Daniele Capezzone: «Non si possono eludere le contraddizioni e il caos della maggioranza raccattando di volta in volta i voti dove capita, e senza che questo abbia mai conseguenze sulla vita del Governo».