Bertinotti si sfila già: «Non sarò mai ministro»

Il segretario: Marco mi è simpatico ma è incompatibile con la campagna elettorale

Roberto Scafuri

da Roma

Forse l’operazione è partita con qualche settimana d’anticipo, rispetto alle previsioni di Bertinotti. Ma ora Rifondazione si sente davvero accerchiata e «sotto tiro». Alle eterne pulsioni di una sinistra che preferisce il niente al qualcosa, la marginalità allo «sporcarsi le mani», si sono aggiunte le pressioni degli alleati moderati per una «normalizzazione» (sui candidati e sulla politica) capace di sortire due effetti. Ridurre la diversità del partito e dunque la sua crescita elettorale; «inchiodare» Bertinotti e la sua pattuglia di fedelissimi al governo e alle sue scelte.
In quest’ottica viene letto l’ultimo ramoscello d’ulivo prodiano, oltre che i tanti attestati di stima e coraggio (da Fassino a Boselli). «Bertinotti è uomo durissimo ma leale - dice Prodi -, nel ’98 sbagliò, ma ora ha firmato il programma». Il Professore lo vorrebbe con sé al governo, magari al Lavoro, così da soddisfare anche le pretese ds sulla presidenza della Camera. Di questo, tra l’altro, avrebbero parlato l’altroieri a Strasburgo Bertinotti e D’Alema in un lungo faccia a faccia. Significativo che l’appoggio maggiore, durante queste ore tempestose, arrivi proprio dal dalemiano Pasqualino Laurito. «Inopportuno che Rutelli chieda garanzie a Prc, proprio nel momento in cui Bertinotti risolve con generosità i suoi problemi interni ed esterni. Nessuno scagli la prima pietra...», scrive Velina rossa.
Bertinotti da Strasburgo fa intanto sapere a Prodi di non averci ripensato: non accetterà mai, «né oggi né domani, di fare il ministro». La gestione del caso Ferrando gli sta costando una forte tensione, all’interno di Prc e nei movimenti, e anche qualche «durezza» che si sarebbe volentieri risparmiata nei confronti di Ferrando. «Marco mi è simpatico dal punto di vista personale - racconta -. Mi sono adoperato perché fosse candidato, mentre la maggioranza dei membri della sua area in Comitato politico nazionale chiedeva che non lo fosse. Però non può lamentare ingenerosità da parte del partito: lui ha determinato con i suoi comportamenti un’incompatibilità...». Al congresso, aggiunge, «non ho sentito dire che Israele è uno Stato artificiale»: questa è stata «la molla, in quanto noi abbiamo fatto del principio “due popoli due Stati” l’asse fondante della nostra linea. La vita dello Stato d’Israele è fondamentale e chi la mette in discussione è fuori dal nostro contesto politico... La libertà di dissenso nel partito è e sarà garantita, ma quando uno si candida assume la responsabilità del partito e il clamore che può determinare in campagna elettorale è assai diverso dal semplice dissenso ideologico».
Anche le valutazioni su Nassirya, dice Bertinotti, «hanno ferito il nostro profilo culturale e credo che il partito, seppure con dolore, debba ragionare sull’incompatibilità». Nei confronti del no global Caruso, invece, «non c’è ragione di intervenire, perché ha espresso opinioni che posso non condividere ma non c’entra nulla con la messa in discussione del profilo del partito». Le marce indietro di Ferrando non hanno avuto effetto. Il leader dei trotzkisti ha persino promesso «lealtà», correggendosi su Nassirya («attentato terroristico violento e barbaro») e Israele («lo Stato, non il popolo israeliano, è strumento di oppressione»). Troppo tardi. Come previsto, oltre la maggioranza del Cp ha confermato di appoggiare la revoca della candidatura. Domani la segreteria ne prenderà atto e inserirà in Abruzzo la femminista Linda Menapace, «a rischio» in Trentino.
Le acque in Prc restano agitate. Grassi, Cannavò e Malabarba contestano la procedura e pensano di raccogliere firme per la convocazione straordinaria del Cp. Ferrando, che ha ricevuto la solidarietà di un comitato «Irak libero» ma non quella del suo compagno trotzkista Francesco Ricci, vuole appellarsi al collegio di garanzia di Prc, presieduto dal grassiano Cappelloni. Ma è arduo immaginare colpi di scena. A Ferrando non resta che andare in piazza sabato, alla manifestazione per la Palestina sollecitata dal Pdci, cui non aderiscono né Prc né Verdi. Il dilibertiano Rizzo difende a spada tratta Ferrando dicendosi «allibito dal metodo» e «dispiaciuto» perché per Bertinotti ormai «conta di più la compiacenza degli alleati e di un governo che fa la guerra in Irak».