Bertinotti snobba Bush, l’ira di Forza Italia

da Roma

La mano? A chi? A George Bush? La sola idea del contatto fisico a Fausto Bertinotti fa venire l’orticaria. Eppure lui è la terza carica dello Stato e il nove giugno, quando il presidente americano arriverà a Roma, l’imbarazzante faccia a faccia potrebbe diventare realtà. Il presidente della Camera, fiero avversario della politica americana, costretto dal ruolo ad ospitare che di quella politica ne è l’interprete: cose che capitano, nei partiti di lotta e di governo. Così Bertinotti fa il vago: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Ma ne sarebbe infastidito? «Non so neanche se lo incontrerò, se mi verrà richiesto - replica - È la diplomazia a stabilire il livello degli incontri».
E l’incontro, per ora non è in agenda. Bush vedrà Prodi, D’Alema e una delegazione di ministri, poi sarà ricevuto al Quirinale da Napolitano, poi andrà dal Papa in Vaticano e forse farà pure un salto a Trastevere, alla comunità di Sant’Egidio. Tutto ciò mentre la città verrà attraversata da cortei anti-Bush e il Prc manifesterà insieme al Pdci in Piazza del Popolo. «È legittimo - commenta- purchè non ci sia violenza».
Un po’ in piazza, un po’ nel Palazzo. L’equilibrismo provoca reazioni e polemiche che Bertinotti cerca di smorzare con una successiva precisazione: «Distinguere il privato dal pubblico è un esercizio fondamentale per la difesa delle istituzioni». Quindi, puntualizza una nota di Montecitorio, «al fine di evitare polemiche che non hanno ragione di esistere», il presidente conferma che «si atterrà strettamente ed esclusivamente al pieno rispetto del suo ruolo, delle norme e delle prassi che lo regolano». Niente di meno e soprattutto niente di più.
La correzione di rotta però non basta a placare le proteste di Forza Italia. «Se Bertinotti non vuole stringere la mano al presidente degli Stati Uniti George Bush, si dimetta», dice l’azzurro Gregorio Fontana, secondo cui le parole del presidente della Camera «oltre a essere incompatibili con i doveri imposti dalla carica che ricopre, equivalgono a un segnale di carica lanciato a quanti (sinistra antagonista, no global centri sociali) si preparano a contestare Bush, con tutti i rischi annessi». Manifestazioni che Bertinotti non ha condannato, avendo osservato che manifestare contro Bush «è legittimo, ed è questa l’unica cosa da stabilire in un Paese democratico». «Poi se è giusto o no lo stabilisce chi ci va e chi non ci va», aveva precisato il presidente della Camera aggiungendo che «naturalmente, i fenomeni di partecipazione vanno osservati tutti con grande attenzione e poi vanno esercitati sempre attraverso la nonviolenza».
Le dimissioni di Bertinotti «per coerenza» le reclama anche Paolo Romani, vicepresidente dei deputati di Fi, accusandolo di «sentirsi ancora il capo di Rifondazione». Discorso analogo a quello del senatore azzurro Gaetano Quagliariello.
Dal centrosinistra con Bertinotti si schiera Mauro Fabris dell’Udeur, che apprezza il chiarimento del presidente della Camera. Ma è un sostegno all’agrodolce: «Stiamo ancora aspettando però - fa notare - un analogo chiarimento di Bertinotti sulla tesi con cui ha tentato di giustificare la sua adesione al prossimo Gay pride», cui tuttavia Bertinotti ha annunciato che non parteciperà.
Una situazione di tensione, legata tanto alle dichiarazioni anti-Bush della sinistra antagonista quanto alle annunciate manifestazioni per il 9 giugno. Tutti temi che saranno sicuramente oggetto di confronto al vertice di maggioranza convocato per domani a Palazzo Chigi da Romano Prodi, che non potrà non ammonire i leader del centrosinistra sulle conseguenze di quello che il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi definisce lo spettacolo di «scollamento» di una squadra di governo e di partiti di maggioranza che si dividessero tra colloqui ufficiali e proteste di piazza.
Rispetto a questa situazione, Francesco Cossiga indica provocatoriamente una soluzione per il governo: disdire ogni incontro bilaterale con Bush, che potrebbe comunque passare per l’Italia per incontrare il Papa.