Bertinotti: sui tagli ai deputati il governo fa invasione di campo

Il presidente della Camera non accetta solleciti: "Già fermi gli aumenti, abbiamo anticipato Palazzo Chigi"

Roma - C’è del marcio in Danimarca. Un Paesotto del Bengodi all’interno del solito Belpaese dei furbi. Ma quando entrano in azione «furbetti al cubo», ipocriti e tremebondi alla don Abbondio, l’olezzo raggiunge livelli di guardia. E si appresta a diventare insopportabile se, sui costi di una politica fuori controllo, pezzi di istituzioni cercano di scaricare colpe e discredito su altri pezzi. Brutto segno, che ieri ha messo in singolar tenzone governo e Parlamento, dopo che il medesimo accidente era capitato a un segretario di partito poco avveduto (Piero Fassino, ds) capace di chiedere al presidente della Camera di fermare un aumento allo stipendio (da lui percepito in qualità di deputato), dopo che era già stato disposto.

A che gioco giocano i «furbetti del quartierino politico», allora? Pare che a far storcere il naso al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che non si sente - a torto o a ragione - abitante di quello strano Paese fatto di «caste intoccabili», sia stato ieri il titolo principale di un importante quotidiano romano, vicino alla maggioranza. Per meglio dire, vicinissimo al presidente del Consiglio e pronto a rilanciarne umori e desideri. «Stop aumenti ai parlamentari», il titolo della Repubblica di ieri: tanto per proporre in salsa governativa il solito, immangiabile piatto demagogico. Dare cioè risalto alle misure sui costi della politica inserite all’ultimo momento, sulla scia di umori popolari diffusi, nella manovra finanziaria.
«Sulla questione dei costi della politica - argomenta Bertinotti tirandosene fuori - si possono fare molte quesioni di forma...».

Gli sembra troppo scendere in polemica diretta con il governo che cerca di enfatizzare una scelta obbligata, e soprattutto già praticata da altri. Però la Camera non può subire «invasioni di campo»: infatti, spiega il presidente, ha già congelato gli aumenti dei deputati e non può subire quello che appare una specie di monito alla moderazione da parte di Palazzo Chigi. «Di sicuro a noi non è rivolto - dice il numero uno di Montecitorio -, perché la Camera ha anticipato l’iniziativa del governo e gli aumenti previsti non li abbiamo. Punto».
In qualcuno, è costretto a notare Bertinotti a proposito di Prodi, «c’è qualche propensione all’invasione di campo, ma sono questioni di carattere...». E se proprio dobbiamo scivolare «in una inutile propensione alla polemica», a fronte di una riduzione dei parlamentari sulla quale la prima commissione della Camera dei deputati, in concorso con il Senato, «sta lavorando», andrebbe pure rilevato che la riduzione dei ministeri sulla quale il governo potrebbe decidere da un giorno all’altro è ancora lettera morta.

Sintomatica la débâcle del ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata, certo che «non rimarranno 103 i membri del governo». Ma subito dopo costretto ad ammettere che l’ultra-annunciato rimpasto «non è una questione amministrativa, ma politica, nelle mani di Prodi». E tempi brevi saranno difficili in quanto «l’evento politico più importante e imminente è la nascita del Pd e questo richiederà un riequilibrio dei rapporti tra le forze politiche che oggettivamente impatterà sul governo...». Dunque altro che «decisionismo prodiano»: bilancino di Cencelli alla mano, si potrebbe procedere soltanto perché una fusione renderà superflui ministeri e poltronissime inventati di sana pianta. Ma dato che toccare un castelletto in così precario equilibrio è pur sempre pericoloso, sarà Prodi in persona, al Tg1, a negare qualsiasi «rimpasto perché il Paese ha bisogno di continuità».

Di fronte all’orgogliosa presa di posizione di Montecitorio, intanto, Palazzo Chigi ha dovuto fare una prudente marcia indietro e negare l’«invasione di campo». Dal governo, spiega una nota, sono venute soltanto «proposte costruttive» per migliorare la situazione. Nessun monito e nessun invito di nessun genere, se non quello di «proporre misure che contribuiscano a migliorare situazioni esistenti, ma è chiaro che poi tutto va esaminato in Parlamento». Prodi in televisione cercherà di metterci un’ulteriore pezza, spiegando che «il populismo si batte con la buona politica» e i costi della politica vanno ridotti in ogni settore, «governo, Parlamento, regioni, province e comuni e Pubblica amministrazione, perché se si riduce una cosa e non l’altra, dopo non si fa che litigare ma non si hanno risultati».