Bertinotti teme la deriva centrista

da Roma

Se non «tosto», come l’ha definito Berlusconi (aggettivo rigettato in quanto «politicamente poco decifrabile»), di sicuro Fausto Bertinotti almeno è previdente. Più che di mosse a sorpresa, la sua politica si nutre di cornici di lungo periodo. È per questo che l’«opa» di Rifondazione sui voti ds in uscita non cercherà scalate d’azzardo e soci poco affidabili. Prc si rende conto che l’alleanza con la Quercia è ancora centrale nell’Unione, altrimenti preda di un’assoluta egemonia centrista. Il progetto ha già un nome: un congresso tenuto alla vigilia di Natale ha fatto diventare Prc «sezione italiana della Sinistra europea». La maturazione del seme gettato è attesa nelle liste per le Politiche, dove troveranno posto molti esterni: esponenti dell’associazionismo, del sindacato e dei Ds. Più che noti, nomi che possono assicurare ancoraggi persistenti al mondo della sinistra che la Quercia rischia di abbandonare per sempre.
Ecco perché le mareggiate Unipol non sono state accolte da inni di giubilo rifondatori. Bertinotti, che pure aveva lanciato l’allarme fin da luglio, si è fatto ultraprudente. Da ultimo, anche preoccupato per le ripercussioni sulla coalizione. Non a caso, raccontando di un’assemblea tenuta ieri a Liberazione con il segretario, il quotidiano scrive che «si è fatto tutto più complicato, maledettamente più difficile». Bertinotti, scontento per molte parti del programma unionista, ha avanzato a Prodi le proprie «osservazioni». E, di fronte alla crisi ds, ha lanciato ieri un salvagente: «Nella sinistra ci sono stati errori, ma non esiste una questione morale. Abbiamo aperto una discussione con i Ds e vorremmo continuarla, ma essa parte dall’assoluto riconoscimento che la corruzione non tocca quel gruppo dirigente».
«Di superiorità morale della sinistra ho reticenza a parlare», spiega Bertinotti, preferendo riferirsi piuttosto alla «superiorità di civiltà: non perché ci derivi dallo spirito santo, ma dal fatto che ci battiamo e mettiamo al centro dei nostri programmi la liberazione degli ultimi». Su questo nucleo si basa la critica ai Ds, vittime del «terremoto nel rapporto tra capitale finanziario e capitale produttivo» per la sua pretesa di regolamentare l’azione delle lobby economiche sulla politica. Alla luce di questo fallimento, Bertinotti propone un patto-sfida ai riformisti. Il Partito democratico costituisce «una risposta inadeguata ai problemi che la sinistra ha di fronte», anche perché «oscura il problema della ricostruzione di un soggetto politico centrato sulla questione del lavoro». Senza intenti polemici, Bertinotti vorrebbe «far crescere un programma di sinistra alternativa e non di alternanza». Chiede ai «compagni ds» una discussione «unitaria e senza rete», che prenda atto della crisi del capitalismo e dell’idea che, «invece di cambiare il capitalismo ci si possa limitare a sostituire i personaggi egemoni nel capitalismo».