Bertinotti torna a indossare la tuta blu e spinge la sinistra al corteo anti Biagi

Il presidente della Camera incoraggia la protesta contro il welfare. "Soluzione sugli anni di piombo"

Roma - Un bagno di folla, quasi un tuffo nel passato. Il colpo d’occhio della festa dell’Humanité nella periferia parigina è imponente, riporta Fausto Bertinotti all’amarcord delle feste del Pci di un tempo. Di più: perché ai militanti (600mila, dicono gli organizzatori) che pagano 15 euro per entrare nella tre-giorni di kermesse è consentito persino di piantare la tenda.

Ma si tratta anche di una di quelle folle «aliene», gioia e dannazione dei politici d’ogni epoca: pronta all’aggregazione, prontissima al dissolvimento. Come nella famosa e mesta esperienza che fu del socialismo nenniano: piazze piene, urne vuote. Già, perché in realtà è la politica ormai dappertutto a sembrare «aliena» e distante anni luce dai cittadini. È la sinistra in tutta Europa ad avvertirne dall’interno i sintomi della frattura.

È di questo che il presidente della Camera è stato invitato a parlare a Parigi, nel cuore della sinistra più barricadera e tradizionalista, che gli chiede persino conto delle domande di estradizione per i terroristi italiani («Dovremo trovare il modo per chiudere gli anni di piombo», risponderà Bertinotti, precisando poi di non pensare a un’amnistia). Ma è la sinistra a preoccupare il presidente della Camera: una sinistra che ha necessità assoluta di «mettersi assieme, perché nessuna forza politica, da sola, può farcela». La prima forte divisione nella «Cosa rossa», che emergerà il 20 ottobre alla manifestazione contro il welfare, non spaventa: «Non è detto che sarà divisa, lo vedremo sulla piazza», dice Bertinotti, contando sul fatto che la Sinistra democratica «sarà larghissimamente presente». Dire, come ha fatto Mussi, «di non ostacolare la manifestazione, può essere preso in positivo, piuttosto che come invito a non esserci», spiega il presidente della Camera.

La sinistra può andare d’accordo «prima, durante e dopo il 20 ottobre», basta che si superi «l’idea della falange macedone, che è stata l’idea dell’unità che avevano in passato le sinistre e ha fatto il suo tempo». Oggi bisognerebbe pensare a un «arcipelago non a un monolite»: il pluralismo non è più quello delle correnti, ma piuttosto «quello delle esperienze e del camminare assieme, anche con diverse articolazioni. L’importante è che le cose che si fanno siano reciprocamente compatibili». Una prospettiva che rende tutto possibile: anche che i ministri partecipino senza scandalo a una contestazione delle scelte del proprio governo. Il presidente della Camera si schermisce, ma in generale aggiunge che «per i ministri vale il principio della manifestazione della propria individualità, anche fino all’obiezione di coscienza». Poi però, di fatto, ognuno valuta da sé, «secondo un principio di opportunità».

Il discorso riporta inevitabilmente alla partecipazione della sinistra al governo, e Bertinotti non si tira indietro: «Non si può dire pregiudizialmente di no, perché questo condannerebbe la sinistra a una posizione minoritaria, ma non si può neppure scegliere di stare al governo a tutti i costi, perché così la sinistra smetterebbe di essere sinistra». Secondo il presidente della Camera, la vocazione di una sinistra di governo non dev’essere quella di «vincere una battaglia, ma la guerra contro precariato, salari bassi, degrado dello Stato sociale e un’economia di rapina sulla società, sulla natura e sulle persone». Compiti da proporsi sia al governo sia all’opposizione, così da riempire di contenuti vuoti altrimenti incolmabili.

È per questo che il «clamore» stridente tra la «presenza sociale, «forte» della gente alla festa parigina, e il peso elettorale del Pcf (un misero 1,9 per cento) rappresenta plasticamente la crisi della politica e della sinistra in tutta Europa, e la divaricazione «tra il radicamento e la rappresentanza». «Un tempo una festa così si traduceva almeno in un 20 per cento di voti...», riflette Bertinotti. È la stessa divaricazione che «nel Nord Italia può portare a condividere la critica della sinistra all’accordo sul welfare, ad applaudire Grillo e poi a votare Lega». Si torna all’analisi del «grillismo», alla mancanza di «idee e risposte forti della politica», al rischio di una protesta che «conduca all’esito opposto di quanto si propone». Non l’autoritarismo, bensì «la tecnocrazia».