Bertinotti alla Ue invoca la rivoluzione in Italia

Il leader Prc abbraccia il compagno francese: «Capitano, mio capitano»

Luca Telese

da Roma

Allonsenfants, direbbero forse i fratelli Taviani, cineasti di provata fede progressista, se potessero commentare l’ultima delle esternazioni di Fausto Bertinotti, l’ultimo tocco di fioretto del presidente della Camera di lotta e di governo, il «subcomandante Fausto», che trasfigurato nel suo nuovo incarico istituzionale non smette di invocare una «rivoluzione» per il nostro Paese, sul modello di quella che in Francia mise fine all’assolutismo. I Taviani avevano raccontato nel loro film il sogno del giacobinismo in salsa tricolore, Bertinotti lo ha evocato come prospettiva.
Certo, era una battuta. Ma una di quelle in cui, come spesso capita, si rivela un tic, lo stato d’animo di un leader. Bertinotti ieri aveva appena ricevuto in dono alcune rare edizioni antiquarie dal capogruppo della Sinistra Unitaria Europea Francis Wurtz. Una sorta di fior da fiore da calendario repubblicano giacobino: gli scritti di Jean-Paul Marat editi nel 1790, un altro volume su I diritti dell’uomo e del cittadino del 1879 e due testi del 1793, i cui titoli sono stati subito annotati con meticolosità dall’agenzia Apcom: Le publiciste de la Republique française, e Remède a tous. Un gradito regalo che Bertinotti non ha considerato con l’occhio del bibliofilo, ma con quello del combattente politico sempre pronto a prendere d’assalto la Bastiglia: «Accetto con particolare deferenza questi libri che vengono da un Paese che una rivoluzione, una almeno l’ha fatta... sperando che ce ne tocchi una anche a noi».
Ecco, a parte che sarebbe curioso chiedere a Bertinotti con chi questa rivoluzione andrebbe fatta, e soprattutto contro chi, visto che oggi la terza carica dello Stato è rappresentata da lui medesimo. Ma è curioso pensare che, tentato dall’idea di poter replicare la formidabile mannaia della rivoluzione, Bertinotti invochi il sogno della sinistra di tutto un secolo, e poi si accontenti degli strappi dialettici del suo «cittadino-ministro» Paolo Ferrero e delle proprie contestazioni prêt à porter (quelle che gli vengono benissimo, come la spilletta arcobaleno antimilitarista esibita nella parata militare del 2 giugno). Oppure della proposta di aprire un centro «multiculto» alla Camera. Insomma, in questo bertinottismo approdato a Montecitorio si avverte un che di manierato, un vago sentore di posticcio, qualcosa di gradevolmente melassoso e vagamente fumettistico. Il Bertinotti che incontra Wurtz e lo apostrofa al grido di «Oh capitano/ mio capitano», non sembra uno che cita Le foglie d’erba di Walt Witman, ma uno che ha tratto l’invocazione dal film che l’ha resa nota nella cultura popolare, l’Attimo fuggente. E tutto il suo comunismo di lotta e di governo (poca lotta molto governo, per ora) sembra inchiodato sul bagnasciuga di un vorrei-ma-non-posso incartato in buona calligrafia. Insomma, la rivoluzione di Bertinotti sta all’Unione come l’amore sta ai fidanzatini di Peynet e la letteratura ai Baci Perugina. Se fosse stato lì vicino, il fratello-coltello Oliviero Diliberto (uno che è tutto l’opposto del carammellato Fausto montecitoriese) gli avrebbe certo risposto a tono. Diliberto ama il cattivismo, il politicamente scorretto e il western, e di sicuro avrebbe ricordato al presidente della Camera l’incipit guerresco del capolavoro di Sergio Leone, Giù la testa. Un film che si apriva con la celebre citazione del compagno Mao Tse-tung: «La rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza».
Ma Bertinotti per ora sembra non registrare i malumori del suo partito, che mentre lui entrava nel Palazzo è rimasto sulla soglia perplesso, e non sembra andare in brodo di giuggiole per l’accoppiata fra le frasi ad effetto e i rigorismi di Padoa Schioppa. Tanti anni fa, in Chapas, il comandante Marcos, regalò a Bertinotti il romanzo dei romanzi dell’utopia agra, il Don Quixotte di Cervantes. Chissà, forse la signora Lella a via dell’Impresa non l’ha portato.