Bertinotti: vorrei andare a Vicenza E la Quercia lo richiama all’ordine

da Roma

Il passaggio è stretto, si cammina sull’orlo del burrone, ma Fausto Bertinotti vi si inerpica lo stesso. Non è il Monte Athos, inacessibile rocca della penisola Calcidica dove il presidente della Camera si rifugerà il 23 e 24 febbraio prossimi per una pausa di «meditazione», ospite dei monaci ortodossi. È Monte Citorio, Italia, dove spirano per tutta la giornata venti di crisi materiali, punto spirituali. E dove lunedì scorso Bertinotti ha ospitato un giornalista del settimanale L’Espresso per un’intervista a largo raggio. Passaggi forse scontati, ma cruciali: il presidente ritiene le nuove Br un fenomeno «pericoloso, però circoscritto», giudica sbagliato legare i neo-terroristi ai movimenti «no Tav» («Discorsi che sentivo già negli anni Settanta», dice), difende la Cgil e in qualche modo giustifica la Chiesa per le sue «ingerenze», dettate da «paura di essere minoranza» e «non da arroganza».
Ma soprattutto il presidente si spoglia delle grisaglie istituzionali, inadatte all’uopo, e s’incammina dove il sentimento di uomo di sinistra lo porta. «Non andrò a Vicenza - spiega - semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale. Altrimenti ci andrei, naturalmente». Bertinotti rivendica che, come il presidente del Senato Franco Marini si è schierato per il «sì», anche lui possa esprimere opinioni al riguardo, del tutto opposte. «Il raddoppio della base Usa è incompatibile con i problemi di assetto di quel territorio. C’è una specie di incompatibilità e vanno cercate altre soluzioni». L’allarme per la manifestazione sembra esagerato. «Non temo disordini, non ci saranno violenze, sarà una grande manifestazione di massa...». Come quando ci fu il Social Forum di Firenze, il presidente pensa che «quanto più grande sarà la partecipazione, tanto più farà massa critica contro la violenza e contro espressioni di linguaggio incongrue e incompatibili con le parole d’ordine, le caratteristiche e l’ispirazione pacifista che ne costituisce l’elemento portante». Al contrario di Prodi, Bertinotti ritiene che «non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili».
La linea alternativa a quella ufficiale, espressa dalla terza carica dello Stato, fa subito evocare scenari di crisi. Il presidente finisce sotto il «fuoco amico» del ds Umberto Ranieri («Le decisioni del governo vanno sostenute») e persino della dalemiana Velina rossa, secondo la quale le dichiarazioni «vanno troppo al di là della sua responsabilità» e sono «benzina sul fuoco». Scrive Pasqualino Laurito che «in politica la prudenza deve essere maestra e fanno male le grandi rivoluzioni parolaie...». Un attacco che richiama alla mente le critiche più feroci al Bertinotti rifondatore, e la stagione di isolamento successiva al ’98. Anche la Cdl insorge: senza arrivare all’Aventino suggerito dalla Velina rossa, l’azzurro La Loggia giudica Bertinotti «irriverente con il Parlamento» e la Lega parla di «incitamento alla partecipazione di massa». Casini ironizza: «Se prima di sabato Bertinotti avesse questa insopprimibile esigenza di manifestare, potrebbe dimettersi».
Eppure il vento di crisi viene rifiutato recisamente dallo stesso Bertinotti, che nell’intervista ribadisce come «il governo debba contare sulla sua maggioranza e durare cinque anni, perché l’alternativa sarebbe distruttiva, una crisi sarebbe il massacro per la sinistra». Anche se la «navigazione sarà difficile, la ricerca del compromesso deve essere la chiave per dare continuità e durata all’azione di governo. Quando viene meno, si apre un elemento critico tra le culture pacifiste e il governo. E questo toglie energia all’azione del governo stesso...». Non sarà forse un avvertimento ai naviganti, ma la campana suona. Per chi la riesce ad ascoltare, nel mare grosso.