Bertinotti vuol fare il governo degli scioperi

Il Professore pare determinato a stravolgere la norma per rinsaldare i legami con la sinistra radicale. I timori di Confindustria

da Roma

Il disagio c’è ed è palpabile. Agli industriali non piace l’idea che Fausto Bertinotti e Romano Prodi mettano mano alla legge Biagi di riforma del lavoro. I primi a storcere il naso sono stati proprio i simpatizzanti dell’Ulivo d’annata; quelli che magari avevano apprezzato la prima parte del governo di centrosinistra. Ora tira un’altra aria. E da Confindustria trapela inquietudine per quella che è stata definita una «deriva leftist» dell’Unione. In altre parole si teme che all’interno della coalizione, l’agenda sui temi di politica economica e del lavoro sia dettata dai partiti della sinistra radicale. E a sostegno di questi timori si citano le dichiarazioni più recenti dello stesso Prodi che, da qualche settimana, ha preso di mira la legge che prende il nome dal giuslavorista ucciso dalle Brigate rosse («ma non chiamiamola legge Biagi, per favore», è di solito la premessa). Il motivo è che la «legge 30» ha creato «una generazione di precari» e che per questo, una volta che la sinistra sarà al governo, «andrà sicuramente, profondamente rivista». Insomma, l’ex presidente della commissione europea ha deciso di accontentare il segretario di Rifondazione comunista che ha fatto dell’abolizione della legge Biagi una bandiera, al pari delle vecchie «35 ore» di lavoro sulle quali inciampò e cadde il primo governo dell’Ulivo. Sembra, insomma, che il Professore voglia ripartire proprio da quella frattura per ricostruire la sua coalizione e che cerchi di sconfessare l’ostinazione «centrista» che nel ’98 lo portò fuori da Palazzo Chigi.
Il prezzo da pagare sarebbe l’abolizione della legge Biagi, anche a costo di alienarsi le simpatie di Confindustria. E segnali in questo senso ce ne sono diversi. Il quotidiano di viale dell’Astronomia Il Sole24ore giorni fa ha ospitato un fondo di Michele Tiraboschi nel quale il giuslavorista ha liquidato l’idea di abolire la riforma come una boutade elettorale, «poco più di una provocazione», una proposta tra l’altro irrealizzabile. Il quotidiano il Riformista, ha riferito che dentro Confindustria cova una certa irritazione anche nei confronti della Margherita, partito spesso in sintonia con le posizioni del presidente Luca Cordero di Montezemolo. Dl - avrebbero osservato fonti industriali - «si smarca dal centrosinistra sui Pacs e non sulle politiche del lavoro». C’è poi chi ha visto una presa di distanze dalla sinistra anche nei giudizi positivi che la confederazione ha dispensato alla Finanziaria firmata da Giulio Tremonti.
La spiegazione del sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi va alla radice dell’identità dell’Unione: «La legge Biagi arriva ad essere uno dei principali elementi di discrimine tra le due coalizioni e, in fondo, è giusto che sia così». La strada imboccata dall’Unione - rileva - è diversa da quella imboccata dalla sinistra europea, «quella inglese e ora anche da quella tedesca. Schröder ha realizzato una riforma simile alla Biagi e ha rotto con la sua sinistra estrema, cioè con i comunisti dell’Est e con Lafontaine».
Opposta la strategia di Prodi. E un’idea del clima che si respira all’interno dell’Unione la dà una vicenda che ha al centro Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro e autore di una riforma dello stesso tipo della Biagi. Mercoledì ha rilasciato un’intervista al Sole24ore nella quale ha spiegato come potrebbe cambiare la legislazione in vigore. Alla sinistra radicale deve essere sembrata troppo moderata, tanto che il giorno dopo il Manifesto, quotidiano comunista, ha preso di mira l’esponente della Margherita che ha salvato alcune norme della riforma e si «è corretto con un modesto “ma non sta funzionando”». Lo scappellotto più forte gli è arrivato dallo stesso Bertinotti che ha rilanciato: oltre alla Biagi va abolito anche il pacchetto Treu. Il giorno dopo sono arrivate altre bordate di Prodi contro la legge Biagi. Se è stato un braccio di ferro tra due potenziali ministri del Lavoro, quindi, è stato vinto dal leader del Prc. E anche questa prospettiva - c’è da scommetterlo - non deve piacere troppo agli industriali.