Bertinotti vuol mettere a dieta Mediaset

«Rinuncerei alla guida di Montecitorio solo per andare alla Farnesina»

Roberto Scafuri

da Roma

Calano in un lampo i titoli di coda della trasmissione di Lucia Annunziata, tuonano le dichiarazioni, è tempesta sul «dimagrimento di Mediaset». Lo staff informa Fausto Bertinotti. Il segretario rifondatore pare cadere dalle nuvole, telefona al responsabile economico di Prc, Paolo Ferrero. «Una tempesta in un bicchier d’acqua - si stupisce -, ma non era chiaro che si parlava di un ragionamento di fondo? Che il servizio pubblico dev’essere per tutti e che nella televisione privata deve valere il regime della libera concorrenza?».
Tempesta Mediaset. Verso la fine di un lungo botta e risposta, all’indomani della sua candidatura alla presidenza della Camera, la conduttrice di «1/2 ora» chiede all’ospite se è favorevole o contrario alla privatizzazione della Rai. Bertinotti: «Sono assolutamente contrario. Lo sono oggi, lo sarò domani. Il carattere pubblico della Rai deve restare. La Rai deve lavorare in direzione della cittadinanza e della formazione del popolo. In questo è uno strumento fondamentale. Se bisogna combattere le condizioni di monopolio, duopolio e di oligopolio, perché questo deve trascinarci verso una privatizzazione della Rai?». La giornalista coglie la palla al balzo: «Vorrebbe una Mediaset dimagrita?». «Sì». «Ma per quanto riguarda le reti o la pubblicità?». «Sia per le reti, sia per la pubblicità». Più tardi il rifondatore Ferrero approfondirà il tema precisando il contesto della dichiarazione: «Ma non si può impiccare una persona a come risponde... Quella di Bertinotti non è una dichiarazione legata a una proposta di legge o a un qualcosa di immediato, è un ragionamento di vasto respiro, per esprimere il principio liberale della libera concorrenza, nulla di più... La nostra idea è che in Italia serva un servizio pubblico che garantisca per davvero il pluralismo. Una tv pubblica e non una tv del governo. Per quanto riguarda le tv commerciali è bene che ci sia una vera concorrenza e non, invece, che ci sia un solo gruppo che ha di fatto il monopolio sul piano nazionale sia dell’intrattenimento e dell’informazione sia della pubblicità. Noi siamo favorevoli a una concorrenza reale, che si manifesti dentro la logica di mercato. Mi sembra una posizione ragionevole, e che può fare scandalo solo in Italia. Poi, per quanto riguarda l’attuazione pratica di questo principio, non è il momento di addentrarsi dentro le varie alternative...».
«Povera» Quercia. «Rifondazione ha insistito fino in fondo per avere la presidenza della Camera per evitare che si arrivasse a un monocolore dell’Ulivo, un’idea sbagliata», dice Bertinotti, non trovando «opportuno» che, alla fine, tutte le cariche istituzionali andassero ai riformisti moderati. La corsa tra lui e D’Alema si è risolta al «fotofinish» perché «non c’è stata una trattativa prima delle elezioni, altrimenti saremmo arrivati con un organigramma. Invece abbiamo camminato su strade parallele... Abbiamo evitato il protrarsi di uno scontro tra noi e i Ds, di cui non si sentiva il bisogno...». Ma ora la Quercia stia tranquilla, il leader rifondatore «prevede» per i ds «incarichi di governo tra i più importanti del Paese: sono un partito fondamentale, astrattamente potrebbero ambire ad avere la guida della coalizione. Troveranno uno spazio adeguato nel governo e non solo nel governo. Avranno un ritorno politico determinato dalla coerenza delle loro scelte».
Camera con vista. Meglio Montecitorio o gli Esteri? «Con la Farnesina farei il cambio, il ministero degli Esteri ha un valore strategico: la collocazione geopolitica di un Paese è fondamentale». Ma fare il presidente di Montecitorio non è male. «Il compito del presidente della Camera - spiega a un’intervistatrice che tende a confondere i ruoli - non è quello di rafforzare la maggioranza, ma di garantire un funzionamento libero e democratico delle istituzioni. Rafforzare il tessuto di rapporto democratico tra il Paese e le istituzioni. Penso che il compito del governo debba essere autonomo e separato da chi rappresenta le istituzioni».
Degasperiano in Economia. Sui ministeri «non c’è trattativa», sostiene Bertinotti. «Prodi ha chiesto a ognuno di noi una rosa di nomi e lui deciderà». Nessun veto preventivo, e Padoa Schioppa «è ineccepibile per quanto ha scritto ieri sul Corsera», anche se il capo rifondatore si dichiara «degasperiano», privilegiando «politici e non tecnici all’Economia».
Non siamo la Thatcher. Bertinotti vuole «combattere gli sprechi, ma non la spesa pubblica». Nel senso, spiega, che «la tesi dei due tempi (prima risanare con tagli, poi ridistribuire, ndr) è respinta da tutta la coalizione. Non faremo un programma di lacrime e sangue. Se lo tolgano dalla testa: faremo un programma di giustizia sociale e risanamento. Non siamo la Thatcher!...». Prc si atterrà alle mediazioni che ci sono nel programma, «da difendere con le unghie e coi denti», a cominciare dal «superamento della legge Biagi». Afferma: «La Cgil fa bene a dire “abroghiamo la legge 30” al contrario di quanto propone Montezemolo». Sui punti non risolti, come la Tav, la missione in Afghanistan, quali rapporti avere con il governo di Hamas, Prc non cambia idee. Però «dovremo lavorare alla ricerca di compromessi».