Bertinotti vuole più tempo libero per i deputati

«Europa», giornale della Margherita, critica l’iniziativa: «Non sarà accolta tanto bene»

Antonio Signorini

da Roma

Un mese lavorativo meno pesante per i deputati. Invece delle normali quattro settimane di sedute d’aula e di commissione, per gli eletti alla Camera si profila un calendario mensile composto da tre settimane di votazioni e discussioni, seguite da una pausa lunga sette giorni. L’ultima parola spetta ai presidenti dei gruppi parlamentari, ma una riunione tra il presidente di Montecitorio Fausto Bertinotti e i presidenti di commissione che si è tenuta martedì ha già dato un indirizzo preciso: il lavoro dei deputati si limiterà alle prime tre settimane del mese mentre la quarta sarà di riposo. La proposta l’ha fatta proprio il leader del Prc che, «avendo registrato un sostanziale consenso», come si legge nel comunicato ufficiale, ha rinviato la decisione finale ad una conferenza dei capigruppo che si terrà nei prossimi giorni. Le tre settimane mensili sono in realtà già previste dal regolamento della Camera, ma l’attuazione della regola ha un obiettivo contingente: facilitare gli eletti all’estero e permettergli di tornare nelle rispettive case disperse ai quattro angoli del pianeta. Un «mese corto», come è stato subito battezzato dal presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio Luciano Violante, con la nobile motivazione di rendere effettivo il diritto di ogni parlamentare a seguire di persona il proprio collegio, raccogliendo le richieste e gli umori dell’elettorato.
Peccato che la novità del «mese corto» si aggiunga alla già cortissima settimana dei parlamentari italiani. Il lavoro degli eletti nelle due Camere, notoriamente, comincia martedì e finisce venerdì mattina se non giovedì pomeriggio. Un diritto acquisito e intoccabile, anche questo motivato dalla necessità di seguire il collegio, che i deputati non vogliono mettere in discussione nemmeno nel caso in cui dovesse veramente entrare in vigore il mese corto che gli darebbe un’intera settimana per coltivare i rapporti con i cittadini.
La conferma arriva dall’ipotesi di calendario al quale i rappresentanti degli italiani alla Camera stanno lavorando. Le sedute delle commissioni dovranno necessariamente svolgersi il martedì mattina, il mercoledì pomeriggio e il giovedì mattina. Il tempo rimanente, fino a venerdì mattina, sarà dedicato ai lavori d’Aula. In sostanza verrebbe confermata la consuetudine della settimana di tre giorni e mezzo. Basta un rapido calcolo per capire che il lavoro mensile effettivo si concentrerà su dieci giorni e mezzo. Altrettanto facile desumere che - ipotizzando per i deputati cinque giorni di sedute alla settimana, al pari della maggior parte dei lavoratori dipendenti - i rimanenti 9,5 saranno dedicati ai contatti con i collegi o, a voler essere maligni, al riposo.
Un traguardo impensabile anche per Bertinotti, il paladino delle 35 ore settimanali che fece cadere il primo governo Prodi proprio sulla riduzione dell’orario di lavoro. Un po’ troppo, si comincia a mormorare anche dentro la maggioranza.
Ieri a dare voce al dissenso è stato Europa, il quotidiano della Margherita che in un commento pubblicato in prima pagina lascia intendere che il mese corto rischia di essere percepito come un ulteriore privilegio ad una categoria, quella dei politici, che ha già qualche problema di credibilità nel Paese. «Sicuramente ci saranno ottime ragioni. Si continuerà a lavorare», premette il quotidiano del partito di Francesco Rutelli. «Provenendo da Bertinotti - aggiunge prudente - la proposta non sarà certo connotata come un privilegio, ennesimo premio alla casta dei politici. Però - osserva il corsivo a firma Robin - forse, di questi tempi, l’idea che Montecitorio lavori solo tre settimane al mese... Insomma, non sarà accolta tanto bene».
Finora i fatti sembrano smentire Europa. Nessun segno di dissenso. Non sembra nemmeno che si stia pensando a qualche riparazione, come una pari decurtazione degli stipendi dei deputati. Ma se qualcuno solleverà la questione, c’è da scommettere che si arriverà in fretta ad una soluzione condivisa.