Bertolaso: «Attaccano me solo per colpire il premier»

RomaBasta con il gioco al massacro. Guido Bertolaso non ne può più di essere impallinato da giornali e Tv e, prima di essere processato dalla Procura di Perugia che ha ottenuto il suo rinvio a giudizio nell’inchiesta sugli appalti del G8, vuole che sia l’opinione pubblica a giudicare l’uomo che per quasi un decennio ha gestito le emergenze del nostro Paese. Per questo sceglie di mettersi a nudo davanti alle telecamere di Matrix: «Preferisco essere accusato di pedofilia piuttosto che tacciato di essere venuto meno ai miei doveri di funzionario dello Stato: io non sono mai stato e non sono ricattabile». L’ex capo della Protezione civile parla per la prima volta a ruota libera della sua vicenda e sembra farlo senza paura di essere smentito. Anche quando tira in ballo Ferruccio De Bortoli raccontando di una visita che il direttore del Corriere della Sera gli avrebbe fatto lo scorso anno prima delle sue dimissioni: «Venne nel mio ufficio e mi disse: “Bertolaso, con lei siamo stati molto cattivi. Però cosa potevamo fare? Si temeva che lei prendesse il posto di Berlusconi”». E ancora più spavaldo: «De Bortoli può benissimo smentire e querelarmi. Oppure vogliamo sentire la registrazione?».
Attacare Bertolaso per attaccare il premier, dunque. Questo il sospetto di mister emergenza, «massacrato per due anni dai mezzi d’informazione che si sono inventati di tutto»: le ville a Montecarlo, in Costa Azzurra, a Positano, i conti all’estero, le consulenze alla famiglia, la cittadinanza greca. Bertolaso sperava che tutto si chiarisse prima della chiusura dell’inchiesta. Invece il processo si farà («si sono arrampicati sugli specchi pur di trovare il modo di rinviarmi a giudizio»). Si farà, ma quando? La prima udienza è stata fissata il 23 aprile. Con il pericolo che cada tutto in prescrizione. E questo proprio non gli va giù. Lui vuole una sentenza, anche tra 20 anni ma vuole una sentenza. Aspetta che un Tribunale cancelli tutte le accuse e gli restituisca l’onore. «Io non faccio parte di nessuna casta, di nessuna cricca». E questo deve essere riconosciuto da un giudice. «Se mi fossi voluto difendere (grettamente, ndr) - dice - avrei evitato di dare le dimissioni, sarei rimasto al mio posto, come hanno fatto in molti. Come il comandante dei Ros condannato per traffico di stupefacenti, tanto per citare un caso emblematico». Non vuole fare la fine del suo predecessore, Franco Barberi, inquisito per la Missione Arcobaleno: «Sono passati 11 anni e ancora non hanno fatto il processo. È questo che volete fare a me? Perché questo faranno, perché nel momento in cui mi rinviano a giudizio e decidono che la prima udienza sarà il 26 aprile 2012 significa che i magistrati vogliono la prescrizione perché sanno che non c’è nulla contro di me. Ma non ci riusciranno perché io mi opporrò alla prescrizione, questo deve essere chiaro a tutti. Sono colpevole, ma solo di essermi preso tutte le responsabilità che mi sono preso».
Appalti in cambio di soldi o sesso. Questo gli contestano i magistrati. Ma Bertolaso è sicuro di riuscire a dimostrare che le accuse non reggono, che i suoi rapporti con il costruttore Diego Anemone sono sempre stati limpidi: «Anemone dalla protezione civile non ha mai avuto un contratto, un appalto, mai una trattativa privata con me». È un fiume in piena anche quando entra nel merito delle contestazioni: «I soldi da Anemone per i pm li avrei presi davanti ad un ispettore della pubblica sicurezza, un uomo che ha fatto per 20 anni la lotta alla mafia e che è stato mio capo scorta quando ero sottosegretario. Ma malgrado lui abbia testimoniato che è venuto con me e che non è successo niente, ancora in questi giorni hanno scritto che avrei preso la mazzetta da don Bancomat. E io avrei incontrato Anemone in un ufficio davanti al mio caposcorta con Anemone che mi dice “sai, i costi sono aumentati” e avrei preso non so che mazzette». Ci sono invece conversazioni tra lui e l’imprenditore che sui giornali non hanno mai trovato spazio, come l’intercettazione in cui Anemone si lamenta del fatto che «Bertolaso gli aveva tagliato 50 milioni di euro».
Litri di inchiostro sono stati spesi per parlare della casa di via Giulia pagata da Anemone dove Bertolaso soggiornò per un periodo. «Quando ho avuto problemi con mia moglie e sono uscito di casa - è la spiegazione - non volevo che lei pensasse che mi volessi rifare una vita altrove, allora mi rivolsi al cardinale Sepe che mi mise in un collegio di Propaganda Fide con i seminaristi. Il problema è che venivo chiamato ad ogni ora della notte per le emergenze e questo portava scompiglio. Così, dopo due mesi, Sepe mi consegnò le chiavi di via Giulia dicendomi che la casa era di Francesco Silvano, presidente del Bambin Gesù». Il capitolo dei massaggi a luci rosse l’ex capo della Protezione Civile lo liquida ricordando che gli stessi magistrati - che mai hanno interrogato la massaggiatrice in questione, quella che gli avrebbe fatto «vedere le stelle» alludendo al suo mal di schiena non ad altro - sul punto hanno fatto retromarcia.