Bertolucci e Bellocchio, faccia a faccia con nostalgia

Il regista di Ultimo Tango: «A ogni film ho sempre desiderato di essere un altro, Renoir o Godard. Invece Marco è sempre rimasto fedele a se stesso»

Cinzia Romani

da Roma

Parma contro Piacenza, il rigorismo etico dei Quaderni Piacentini contro il permissivismo sessuale de L’ultimo tango a Parigi, il mondo salvato dalle vecchie zie contro il pianeta multietnico, la psichiatria di rottura di Massimo Fagioli contro il classico Freud, insomma Marco Bellocchio versus Bernardo Bertolucci, due maestri del cinema italiano, ieri a confronto nel corso d’una memorabile serata all’Auditorium, calda di memorie e di pubblico. Con il pretesto (un po’ forzato, per la verità) di far commentare ai registi due quadri di Boccioni (Quelli che vanno e Quelli che restano, 1911), Mario Sesti ha cercato di pilotare il duetto artistico sul tema dell’andarsene lontano, a cercare ispirazione, contrapposto a quello del restare dove si è nati. Per fortuna Marco e Bernardo, vecchi ragazzi impenitenti, se ne sono fregati delle dande discorsive sul «movimento pendolare delle origini», andando a ruota libera tra ricordi e racconti emersi dalle loro cornucopie. Anche perché entrambi presentavano un «corto» eloquente di suo. Bellocchio accompagnava il documentario Sorelle, saporito frutto della sua scuola di cinema («Fare cinema») che lui dirige da dieci anni, d’estate, in quel di Bobbio, «natio borgo selvaggio» in riva al Trebbia, dove l’autore de I pugni in tasca possiede una vecchia casa di famiglia. La stessa usata per I pugni in tasca (1965), col tavolo di noce, dove Bellocchio mangiava, da bambino, insieme alle sorelle Letizia e Maria Luisa, qui tenere figure familiari evocate con amore e con rabbia, mentre si occupano della nipotina Elena, che ha una madre assente perché attrice, a Milano. E quanto fuoco raffreddato in quei tuffi nel fiume, in certe sere estive dove Giorgio, fratello in conflitto con la sorella Sara, ripensa a sé bambino e le zie sono dolci spettri viventi, inquadrati nello stipite d’una porta, mentre la crostata aspetta in salotto, sull’alzata di porcellana. E si affacciano Lou Castel, Paola Pitagora, Maya Sansa, a citare qualcosa d’indefinibile, che pure esiste. «La famiglia non c’è più», esordisce Bellocchio, striminzito cappottino di fustagno marrone su pantaloni senza età, «Sorelle è stato improvvisato dal mio piccolo corso senza soldi: abbiamo lavorato con i figli, con le sorelle, perché cerco sempre di tirar fuori temi che mi urgono dentro. Né riesco a mettere da parte l’immagine femminile, anche in famiglia: sento la necessità artistica di far riapparire storie familiari, che han fatto parte del mio cinema».
Bertolucci, meno introverso del collega, ha simpaticamente scherzato sul campanilismo Parma-Piacenza affermando: «Trovo bellissimo il film di Marco e guardandolo pensavo alle differenze tra noi due. Ogni volta che ho fatto un film, ho desiderato d’essere qualcun altro, che so Godard o Renoir, non sogni umili, dunque. Bellocchio è sempre stato identico a se stesso, comunque». Zoppicante, per un infortunio alla gamba che lo rende più «maestro» dato il bastone cui si appoggia, Bertolucci portava all’Auditorium un episodio del film Ten minutes older (2002), intitolato Histoire d’eaux, con Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo d’una ristoratrice, che sposa uno straniero clandestino, mandato a cercare un po’ d’acqua da un vecchio suonatore di flauto. Solo che ci metterà un anno. «È un film sul tempo, la cui storia mi narrò Elsa Morante: le storie d’acqua sono un classico nei racconti indiani», spiega Bertolucci sottolineando come anche nel film del collega «il tempo passi sui volti delle sorelle».
Divertente, infine, il ricordo di Pasolini, incontrato da un Bertolucci quattordicenne: «Pier Paolo venne a cercare mio padre, a casa nostra. Vedendolo con quel viso duro e scuro, lo credetti un ladro e lo chiusi fuori dalla porta». Più tardi, PPP gli avrebbe dedicato una poesia: «Ciò che tu vuoi sapere/giovinetto/si perderà non chiesto/finirà non detto».