Per Bertolucci premio su misura

Fa un po' sorridere la dizione escogitata da Müller per il Leone d'oro a Bernardo Bertolucci. Non «alla carriera», pure legittimo, ma «del 75°», quanti sono gli anni della Mostra, benché le edizioni siano 64. Una sorta di scampato prepensionamento, ha ironizzato il sessantaseienne regista parmigiano su L'espresso, annunciando che si presenterà sul palco appoggiandosi a un piccolo attrezzo ortopedico a quattro ruote: «Ho pensato e sognato che mi sia stato assegnato dal destino per dirmi che nei miei film ho fatto troppe carrellate. E allora, mi trasformo anch'io in un carrello umano». Spiritoso.
Sarà Stefania Sandrelli, non proprio musa bertolucciana, ma certo attrice cara in tre film, a consegnarglielo nella serata finale, quando il direttore della Mostra sospirerà: «Creatore di mondi e di verità (non semplice riproduttore), Bertolucci si è ostinato a farci ritrovare un cinema che fosse di nuovo qualcosa di essenziale per la vita, un bisogno vitale quanto tetto, cibo e vestiti». Motivazioni ispirate a parte, di sicuro il regista di Ultimo tango a Parigi intrattiene un rapporto speciale con Venezia. Nel 1970 portò Strategia del ragno, che per l'occasione verrà riproposto in versione restaurata insieme al documentario Le vie del petrolio. Nel 1983 pilotò la giuria di soli registi che premiò, tra qualche insofferenza dei critici, Prénom: Carmen dell'idolatrato Godard; al Lido è ripassato nel 2003 con il sessantottino The Dreamers. Incerto sul prossimo film da fare (forse una storia di sequestri e tumaros, forse la biografia del musicista cinquecentesco Gesualdo da Venosa), Bertolucci è tornato al centro del dibattito con la famosa lettera uscita in prima pagina su Repubblica. Accusava: «Non ho mai sentito nei discorsi dei politici che mi preparavo a votare la parola cultura. Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo». In tanti hanno applaudito, promuovendolo a guru spirituale del movimento «Centoautori»; rare, tre o quattro, le voci che hanno criticato, nello scandalo dei devoti, il tono poetizzante e pedagogico dell'indiscutibile maestro. Il quale, magari, avrebbe saputo difendersi benissimo da solo.